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Il nostro amatissimo governo sta cercando di dirci nel modo meno duro possibile che ci hanno inculato alla grande. Non hanno azzeccato un cazzo sotto tutti i punti di vista e siamo praticamente sul baratro del fallimento. A pagare saranno come al solito gli operai e i dipendenti e i servizi pubblici a cui sono stati tagliati ulteriori fondi per miliardi di euro. Ma combattere l’evasione fiscale? Una piccola leggina contro la corruzione? Eh no! Altrimenti il pdl perderebbe il 90% dei voti dato che la stragrande maggioranza del suo elettorato è composto da ladri, mafiosi, evasori, corrotti e raccomandati. Mrglio mandare in mezzo alla strada gli operai, tanto sono tutti comunisti… così la prossima volta si imparano!

Tornando ai salti mortali linguistici che questi incompetenti inventano ogni giorno, ecco la prova filmata di come quell’imbecille di brunetta, durante un suo classico discorso senza nè capo nè coda, viene chiamato “cretino” dal ministro dell’economia tremonti. Dire che siamo alla frutta sarebbe addirittura visto come ventata di ottimismo. Buona visione:

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Dalla settimana prossima l’Autorità delle comunicazioni avrà il diritto arbitrario di oscurare siti senza un processo. Una norma che non esiste in nessun Paese libero. Fortemente voluta da B. e da Merdaset.

da l’Espresso

Il 6 luglio arriverà una delibera Agcom, sulla tutela del copyright online, e sarà una forma di censura del web, in nome degli interessi di Mediaset e delle lobby dell’audiovisivo, con il beneplacito del centro destra. E’ questo l’allarme lanciato da un gruppo di associazioni (Adiconsum, Agorà Digitale, Altroconsumo, Assonet-Confesercenti, Assoprovider-Confcommercio, Studio Legale Sarzana). Avevano già fatto una campagna contro i rischi di quella delibera, ma speravano ancora di cambiare le cose. Speranze fallite venerdì, dopo aver incontrato Corrado Calabrò, presidente Agcom (Autorità garante delle comunicazioni). «Abbiamo appreso che non c’è spazio per la mediazione e che Agcom intende approvare la delibera-censura in fretta e furia», dice Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale, associazione di area Radicale. Nel testo definitivo dovrebbe insomma restare il principio di fondo, già presente nell’attuale bozza della delibera: Agcom avrà il potere di oscurare siti web accusati di facilitare la pirateria. Senza passare da un regolare processo, ma solo a fronte di una segnalazione da parte dei detentori di copyright.

Ma perché gridare alla censura? Come motivate quest’allarme?
«La questione alla base è che il diritto d’autore sul web ha tantissimi ambiti ed è possibile che l’industria del copyright metta in piedi interi uffici dedicati a segnalare presunte violazioni all’Autorità, come avvenuto in altri Paesi. L’Autorità non avrà i mezzi per gestire le decine di migliaia di segnalazioni che arriveranno. Sarà il Far west, ci saranno decisioni sommarie, ai danni di siti anche innocenti. Siamo il primo Paese al mondo a dare ad Agcom questo potere. Calabrò stesso ci ha detto che sa di muoversi in un territorio di frontiera… ».

Però ci si potrà difendere opponendosi all’oscuramento del sito.
«Secondo la delibera, potrà farlo il gestore del sito web, ma non l’utente che carica il contenuto in questione. Sarà un salto nel buio. Il nostro colloquio con Calabrò ci ha confermato che l’Autorità non è preparata a questo».

Perché non lo è?
«Per esempio: abbiamo detto a Calabrò che i provider Internet avranno grosse spese per rimuovere i contenuti dal web e lui ci ha risposto che non lo sapeva, che non gliel’avevano detto. Non ci ha mai risposto con numeri e criteri oggettivi alle nostre critiche».

Ma la censura avrà anche un colore politico?
«Sì e questo rende la cosa ancora più grave. Siamo in un Paese in cui la denuncia per diffamazione è facile ed efficace, per mettere a tacere media. In un sistema politicizzato come il nostro, questo nuovo potere che Agcom potrebbe aggravare il fenomeno. Dalla denuncia per diffamazione all’oscuramento d’Autorità di un sito il passo è breve».

Perché vi è sembrato che Calabrò avesse molta fretta di completare la delibera?
«In precedenza Agcom ci aveva promesso, per tenerci buoni, tanti incontri di mediazione e che il testo definitivo non sarebbe stato subito esecutivo ma che sarebbe stato messo in consultazione. Adesso invece ha deciso che già prima dell’estate, probabilmente il 6 luglio, arriverà a una delibera fatta e compiuta».

Come ti spieghi questa fretta?
«Siamo in un contesto di grossa instabilità politica. In questo momento il clima è ancora favorevole agli interessi di Mediaset, ma Agcom teme che non sarà presto così e quindi vuole chiudere in fretta la vicenda. E’ un altro effetto del conflitto di interesse del presidente del Consiglio».

L’interesse delle lobby del copyright è evidente. Ma di Mediaset? E’ solo quello di tutelare il proprio diritto d’autore sul web (ha denunciato in passato Google per video su YouTube, del resto)?
«Non solo. Lo scopo è forgiare il web in modo simile al mercato che loro conoscono e depotenziandone la minaccia al loro business. Hanno fatto così anche con la delibera sulle web tv».

Che farete se la delibera passa così com’è?
«Faremo ricorso al Tar del Lazio. Se necessario a Bruxelles, ma crediamo che il Tar bloccherà la delibera, che secondo molti esperti è illegittima, poiché viola diritti fondamentali del cittadino. Ma visto che ci sono forti interessi del Presidente del Consiglio a far passare quelle norme, il governo potrebbe intervenire direttamente con un decreto, in caso di blocco al Tar».

Ecco cosa pubblica in prima oggi il più che autorevole quotidiano libero (non infostrada):

no comment… spero solo che il prossimo attentato a belpietro sia vero (e non inventato) e che non muoia sul colpo, ma soffrendo dopo ore di lunga agonia.

Stamattina hanno arrestato Marta Di Gennaro, ex vice del commissario straordinario all’emergenza rifiuti g.bertolaso, il prefetto Corrado Catenacci e altri 12 esponenti della regione campania per reati contro l’ambiente. Tali loschi figuri usavano dei depuratori lungo la costa campana (dal salernitano fino al litorale casertano) per sversare in mare migliaia di metri cubi di percolato (il liquame formatosi dalla decomposizione dei rifiuti urbani non trattati a dovere e quindi impossibilitati per legge ad essere buttati in discarica). L’indagine dura da 2 anni e ha avuto il suo esito finale proprio questa mattina. Sulla base di questi elementi propongo alcune mie riflessioni riguardo la vicenda. Circa 3 anni fa, la città di napoli e tutta la sua provincia erano nel bel mezzo di una grossa emergenza rifiuti. Non una delle peggiori, in quasi 20 anni di emergenza ne ho viste tante, ma di sicuro quella più reclamizzata dai media. Dopo poco tempo arriva, a elezioni parlamentari concluse, il grande liberatore che in 2 settimane ripulisce tutta la città (e solo questa) dalla munnezza: i tg mostrano servizi su come Napoli sia ritornata a vivere, la gente felice, i bambini che giocano sul lungomare e per le strade si leggono manifesti che riportano “silvio santo subito”. Tutto andava a gonfie vele per il liberatore: consensi in aumento e un bel po’ di proposte di leggine ad personam contro cui l’opinione pubblica non protestava. Che fine avesse fatto l’immondizia? A nessuno importava, l’importante è che non era più per le strade, anche se buttata a mare, evidentemente, non destava preoccupazioni. Un piccolo scricchiolio nella grande struttura di questo successo si avverte durante l’estate 2010 quando un giornalista pubblica un’inchiesta sui dati taroccati sulla balneabilità della penisola sorrentina e del golfo di napoli. A quel punto, supporatata anche da altre anomalie, parte tutta la macchina investigativa della magistratura. Gli adepti del liberatore che si occupavano dello smaltimento dei rifiuti si sentono osservati, spiati, e, cosa strana per loro, capiscono che la soluzione “tutto a mare” è un tantino illegale. Cercano altri modi per disfarsi dei rifiuti ma alla lunga non si raccapezzano più e verso fine novembre la città è di nuovo sommersa dall’immondizia e ci rimarrà fino a capodanno quando i camion cominceranno a portare tutti i rifiuti in puglia apparando un po’ la situazione.

Concludo con 2 filmati: il primo del grande angelo xg1 che vede saviano spiegare la verità sulla questione rifiuti e il secondo tratto dal documentario “Biutiful Cauntri” con protagonista il leghista bertolaso:

E poi qualcuno si meraviglia quando dico che al mare non ci voglio andare…

Pubblico un articolo del 2005 scritto per una rivista da un giovane e allora sconosciuto Roberto Saviano. In esso si fa riferimento ad un certo capostazione, pezzo grosso del calcio (ricordo che calciopoli è scoppiata nel 2006), che ha le mani in pasta un po’ ovunque, sia nella politica che nella malavita. A buon intenditor, poche parole.

È una regola eterna. Immutabile. Bisognerebbe rius­cire a trovare una for­mula matem­at­ica. Quan­tomeno una riduzione numer­ica, una frase arit­met­ica, un ten­ta­tivo di pro­porzione, un delirio log­a­r­it­mico. Si dovrebbe trovare una trac­cia for­male per poter com­pren­dere i mec­ca­n­ismi inelut­ta­bili e perenni che regolano le par­tite di cal­cio di strada. Il chi­at­tone in porta, quello smilzo e veloce avanti, il robusto in difesa e a cen­tro­campo, tutto il resto. Quello che non ha i piedi buoni ma sa lan­ciare, quello che sa cor­rere veloce ma ha fiato corto, quello robusto ma non abbas­tanza sta­bile. Insomma a cen­tro­campo va messo quello che sa fare tutto a metà. Ora però rispetto a qualche anno fa ci sono delle vari­anti. Quando ero ragazz­ino i portieri erano i peg­giori. E la porta era una punizione tra le più umilianti. Un posto lon­tano da cui vedere la par­tita, rice­vere dolorose pal­lonate in fac­cia che ti seg­na­vano di rosso il viso per set­ti­mane, un ruolo dove eri costretto a rac­cogliere la colpa del gol sub­ìto ed essere igno­rato dagli abbracci del gol real­iz­zato. Piut­tosto che un gio­ca­tore il portiere era un rac­cat­ta­palle mobile. Un ruolo terribile.

Spesso il posto del portiere era sop­por­tato a turno ma quando non si trovava nes­suno da umil­iare in porta, da poter sog­giog­are nelle retro­vie, quando insomma tutti i gio­ca­tori erano capaci di tener testa, allora si sceglieva di gio­care a “porta amer­i­cana”. Senza portiere. Due squadre si fron­teggia­vano cer­cando di seg­nare in un’unica porta con nes­suno a difend­erla: a turno, la squadra difende o attacca, alter­nan­dosi nei ruoli dopo ogni gol. Non mi è ben chiaro per­ché questa modal­ità sia stata definita all’americana. Una volta tor­nammo ubri­achi da una festa con le quat­tro portiere dell’auto spalan­cate, urlando “andi­amo all’americana”. Tutto quello che è strano e insen­sato o forse sem­plice­mente esager­ato, come gio­care senza portiere o rischiare un inci­dente mor­tale, viene definito “amer­i­cano”.
Oggi invece il portiere è real­mente riva­l­u­tato. I portieri ora hanno donne bel­lis­sime, vin­cono i pal­loni d’oro. Così molti ragazz­ini scel­gono di fare il portiere. I chi­at­toni della squadra non si sentono esil­iati nelle retro­vie, ma prescelti per difend­ere l’ultimo balu­ardo.
Nel cen­tro storico di Napoli tutti i ragazz­ini neri vanno in porta da quando il Milan ha acquis­tato un portiere nero brasil­iano. Un po’ come quei ragazzi che ven­gono dall’Argentina e godono di asso­luta fidu­cia nelle pro­prie capac­ità sportive di rif­lesso, gra­zie a Maradona. Dopo la crisi argentina del 2000 che ha prosci­u­gato i risparmi della pic­cola e media borgh­e­sia, sono sbar­cati a Napoli molti argen­tini i cui avi erano par­titi cento anni prima dal golfo. Ora i loro nipoti dopo aver implorato nelle ambas­ci­ate ital­iane il pas­s­aporto di ritorno che i loro avi avreb­bero strap­pato volen­tieri, sono tor­nati ad abitare nei quartieri da cui erano fug­giti gli emi­granti. Un per­corso inverso che mai avreb­bero immag­i­nato di dover fare. I pic­coli profughi dai cog­nomi ital­iani e nomi lati­noamer­i­cani sono tor­nati a gio­care nei vicoli dei loro trisavoli, a scal­ciare calci d’angolo sui piedi delle statue come i loro bis­nonni. Il solo fatto di provenire dalla terra di Maradona, il solo fatto di avere una cadenza sim­ile a quella del pibe de oro, basta per attribuire subito a questi ragazz­ini un carisma infinito e una bravura certa.
Il tocco, la conta che avviene tra i due capisquadra per scegliere i gio­ca­tori è un vero lab­o­ra­to­rio antropo­logico. I capisquadra sono i più bulli, non sem­pre i più bravi. Anzi quasi mai. Ma sono quelli che sanno fare scivolate vio­lente rov­inando cav­iglie, che danno tes­tate mirando al naso, che sputano con una mira da cecchino e bec­cano sem­pre la pupilla ben aperta. Sono quelli che sanno farla pagare a chi buca il pal­lone o lo fa finire dietro una can­cel­lata. Ma il tocco è deter­mi­nato dall’arbitrio delle dita lan­ci­ate davanti alle pance, e non c’è bravura, solo caso e for­tuna. Se però la squadra dell’attaccante di tal­ento inizia a com­porsi di broc­chi, il tocco diventa una con­danna per­ché se intorno si costru­is­cono le scelte peg­giori non si avrà alcuna sper­anza di vit­to­ria. Allora spesso accade che men­tre si com­pone la squadra, che può essere di tre, quat­tro, cinque o sei per­sone, il gio­ca­tore più forte si accorge chiara­mente che il tocco gli è andato storto e il caposquadra sta scegliendo gli scarti. Così non gli rimane che get­tarsi a terra e pian­gere. Senza ver­gogna alcuna, per­ché la ver­gogna di pian­gere nasce solo quando subisci uno schi­affo, ma pian­gere con­tro il des­tino del tocco è l’unico modo per tentare di rim­is­chiare le dita e ritentare da capo e non c’è ver­gogna a protestare con­tro il des­tino. Dopo il pianto, asso­ci­ato a uno sbat­tere di piedi e un insieme di bestem­mie, spesso non cam­bia nulla. Ma a volte può cap­itare che qual­cuno rimescoli tutto e tenti di rifare le squadre pur di far ces­sare il pianto.

Alla fine degli anni Ottanta il grup­petto più forte si trovava sicu­ra­mente a nord di Napoli: Dario, Anto­nio, Gio­vanni, Giuseppe. Non ave­vano più di 8 anni a testa quando scor­raz­za­vano per la piazza. Non face­vano sem­pre squadra, si mis­chi­a­vano, l’uno con­tro l’altro, a volte in cop­pia ma quando si met­te­vano nello stesso gruppo erano imbat­tibili. Anto­nio al cen­tro era capace di lan­ciare a Gio­vanni ovunque si trovasse. Inven­tava spazi impos­si­bili, e Gio­vanni si andava a pren­dere la palla ovunque sotto i motorini come a un mil­limetro dal palo. Giuseppe in porta faceva delle uscite pre­ci­sis­sime. Con il naso sulla palla saltava a scatto come una ranoc­chia e gli scatti avveni­vano sem­pre nel momento giusto. Si met­teva i guanti di lana, come un fre­gio di pro­fes­sion­al­ità. In estate usciva con le dita com­ple­ta­mente cotte e la pelle bol­lita. Dario si posizion­ava fuori l’aria di rig­ore e spar­ava delle bor­date che las­ci­a­vano l’orma del pal­lone sul muro. Una volta Anto­nio lan­ciò il pal­lone in avanti con un pal­lonetto, Gio­vanni si aggrappò alla spalla di una sig­nora per lan­cia­rsi in una mezza roves­ci­ata e ficcò il pal­lone pro­prio all’incrocio dei pali, nella porta dis­eg­nata sul muro con la ver­nice. La sig­nora cre­deva che la stessero scip­pando, lan­ciò un grido secco e iniziò a ten­ersi stretta la borsa, men­tre un’altra sig­nora l’aveva acci­uffato per i capelli ricci tiran­doglieli vio­len­te­mente. La squadra avver­saria chi­amò fallo. Gio­vanni si ribellò dicendo che si era appog­giato a una sig­nora, non a un gio­ca­tore, ma alla fine gli avver­sari ebbero ragione per­ché per strada tutti sono gio­ca­tori e ogni cosa fa parte del campo. Chi attra­versa il campo diviene, anche se solo per qualche sec­ondo, parte dell’azione di gioco. Le auto invece sono “fuori”, ma i motorini e le saraci­nesche pos­sono tenere ancora la palla in gioco.

Anto­nio era molto pre­ciso anche sulle punizioni. Un piede del­i­catis­simo. Dalla per­ife­ria nord pren­de­vano il bus per arrivare in piazza Plebisc­ito. Gio­ca­vano pro­prio sotto il Palazzo reale, sotto gli occhi delle statue dei sovrani di Napoli. Anto­nio pun­tava il pal­lone all’altezza di Gioacchino Murat poi pren­deva una rin­corsa di qualche metro e cal­ci­ava. (Il Super San­tos non poteva essere preso di col­lop­iede come il pal­lone di cuoio. Non si poteva dare nes­sun tipo di effetto al Super San­tos, ogni azzardo sul pal­lone sig­nifi­cava far­gli pren­dere il volo). La palla così cal­ci­ata da Anto­nio partiva con un per­corso secco, un colpo senza sba­va­ture. Pren­deva in pieno l’indice pun­tato verso terra di Carlo V che cas­cava come fosse stato attac­cato con la saliva. E i ragazz­ini lo rac­coglievano come un tro­feo di guerra. Anto­nio aveva rotto per cinque volte di seguito l’indice di Carlo V. La mat­tina poi gli amici lo anda­vano ad avver­tire: «Antò, hanno rimesso il dito al re!». Era divenuta una sfida tra Anto­nio e il restau­ra­tore della statua. Ogni volta che lo rimet­te­vano aspet­tava qualche set­ti­mana e poi andava con le sue punizioni a stac­care il dito regale. In tanti ci ten­ta­vano. Ma solo lui ci riusciva.

Quando Tonino Por­cello divenne capo­zona dell’area nord di Napoli, pas­sava spesso per la piazza dove gio­ca­vano i ragazzi. Era attento a ogni par­tita. Una volta prese una sedia e si sis­temò in un angolo della piazza per godersi lo sgam­bettare dei ragazz­ini. Per i ragazz­ini era come se l’autorità mas­sima fosse scesa allo sta­dio. Come se Hugo Sanchez, l’attaccante mes­si­cano che in quegli anni infuo­cava le curve di mezzo mondo, fosse stato lì a val­u­tarli per poterli pro­porre al Real Madrid. Tonino Por­cello decise che quella piazza sarebbe stata in mano loro. Loro avreb­bero sem­pre gio­cato lì e per farlo gli avrebbe dato set­ti­manal­mente dei soldi. Pun­tuale, pre­ciso e con qualche mon­eta in più e mai in meno. La mat­tina a scuola, e poi dalle quat­tro di pomerig­gio sino a mez­zan­otte a gio­care a pal­lone. Men­tre Tonino parlava a tutti i ragazz­ini della piazza, ognuno sper­ava di essere prescelto. E un giorno Por­cello tese l’indice, somigli­ava a quello di Carlo v: «Tu, tu, tu e pure tu».
Chi­amò: Dario, Anto­nio, Gio­vanni, Giuseppe. Solo loro. Gli altri a casa. Gli altri a gio­care nelle ore con­cesse, solo un po’, come diver­ti­mento momen­ta­neo. Loro invece avreb­bero potuto vivere gio­cando. In cam­bio, il lavoro che dove­vano svol­gere era sem­plice. Appena vede­vano un’auto della polizia o un’auto civetta che riconosce­vano o sospet­ta­vano, dove­vano gettare il pal­lone in fondo alla strada e urlare: «’o pal­lone, ’o pal­lone, ’o pal­lone». E così tutti gli avreb­bero fatto eco. «’O pal­lone» avreb­bero gridato i negozianti, «’o pal­lone» avrebbe gridato la sig­nora con la testa fuori dalla fines­tra, e persino il postino avrebbe urlato «’o pal­lone». Una richi­esta del pal­lone che diven­tava allarme. In pochi minuti i pusher avreb­bero las­ci­ato la strada, le bus­tine di coca sareb­bero pas­sate di mano in mano e messe al sicuro. Tutto in una man­ci­ata di sec­ondi. Più veloce di qual­si­asi altro mezzo di comu­ni­cazione. Il quar­tetto era diven­tato abilis­simo. In cam­bio di qualche lan­cio fuori campo e strillo, gli veniva garan­tita la pos­si­bil­ità di gio­care a pal­lone e nient’altro. Nes­suna con­segna, nes­suno di loro doveva fare il gar­zone, nes­suno di loro doveva vendere nulla. Nes­suno di loro doveva las­ciare la scuola. Por­cello vol­eva che con­tin­u­assero ad andarci sino al diploma, altri­menti gli assis­tenti sociali li avreb­bero tolti alle famiglie e quindi dal quartiere. Gio­care, gio­care, gio­care. Bat­tere, vin­cere, seg­nare. Non avere altro per la testa. Nulla più che le immag­ini della porta, del cen­tro­campo, dell’aria di rig­ore. Immag­ini così vive da trasfor­mare una piazza di spac­cio nel San Paolo, e una parete mar­cia d’umido in una porta rego­la­mentare. Cam­biò anche la qual­ità del pal­lone. Non più il volante e leg­gero Super San­tos. Tonino Por­cello gli garantì una for­ni­tura di Tango. Il Tango era il pal­lone più sim­ile a quello di cuoio. Stessi col­ori e super­fi­cie rugosa dei pal­loni cal­ciati in serie A. Il Super San­tos era ormai rel­e­gato ai tempi in cui ancora non erano stati ingag­giati dal Por­cello, quando la piazza non era la loro. Una volta accadde che andarono dal tabac­caio a chiedere l’ennesimo Tango gra­tu­ito e non gli fu dato: «Lo dovete pagare. E va bene una volta, va bene due volte. Ma qua bucate dieci pal­loni a set­ti­mana. O pagate o niente!».
Giuseppe impostò lo sguardo nel modo più cupo che poteva. Fece una fac­cia feroce. Ma il tabac­caio non si sentì minac­ciato. Bisog­nava andare diret­ta­mente da Tonino Por­cello. Andò da solo verso il palazzo dove aveva l’ufficio. Fuori dalla porta i due guardas­palle lo riconob­bero subito:
«E che ci fai Peppì?».
«Devo par­lare con Tonio urgen­te­mente».
Il tono per­en­to­rio fece con­sid­er­are uomo quello che era evi­den­te­mente un bam­bino. Fu las­ci­ato pas­sare. Dopo pochi minuti Por­cello scese tenendo la mano di Giuseppe. Entrò dal tabac­caio, chi­amò nel negozio gli altri ragazzi, fece abbas­sare la saraci­nesca e disse al negoziante: «E ora met­titi per terra».
«Come per terra?».
«Per terra, hai capito bene, a quat­tro zampe, muoviti ani­male!».
Il tabac­caio ubbidì ter­ror­iz­zato, si mise car­poni. Aveva così paura che le mani sudatis­sime si attac­carono a ven­tosa sulle pias­trelle.
«E ora fate fare il pal­lone al suo culo».
Giuseppe gli diede un cal­cio nel sedere con tutta la forza. Dario lo diede di piatto, Anto­nio fece di tutto per far finire la punta del suo piede dritta nel dere­tano, Gio­vanni prese la rin­corsa e lan­ciò un cal­cio che beccò persino lo scroto. Il tabac­caio si girò come uno scarafag­gio riv­oltato, con le mani sulle palle. Urlò di dolore las­ciando gon­fi­are la giugu­lare come una carota. Da allora ebbero sem­pre pal­loni in quan­tità. Senza dover pagare nulla. Par­tite, drib­bling, punizioni. Tutto quello che accade prima o dopo non conta. Non vale. Anzi non esiste. Gio­care è tutto. L’utopia di poter solo gio­care senza fare altro, senza neanche fer­marsi è il vero sogno del cal­cio. Un sogno che i tifosi sentono punito quando i novanta minuti ter­mi­nano, quando arriva il lunedì.
Anto­nio, Dario, Gio­vanni, Giuseppe non vede­vano tra­dito il loro sogno. Per strada il gioco perenne è immag­in­abile. Per­ché la palla è sem­pre al piede, per­ché puoi drib­blarti il bar­bi­ere, fare un cor­ner dalle strisce pedonali, fare un colpo di testa dal bal­cone. E i quat­tro vol­e­vano solo gio­care. Gio­care sem­pre. Gio­care per esaurire tutte le forze, ma anche tutti i pos­si­bili pen­sieri. Man­giare per ricari­carsi, dormire per trovare altre energie. E gio­care senza essere costretti a rel­e­gare il gioco al mar­gine, ad aspet­tarlo come ricom­pensa per la fat­ica, per il lavoro, per il dolore. Un anti­doto al dolore, alla fat­ica, al lavoro. Credere che potesse essere infinita questa risorsa non era impens­abile. E poi, anche se si fosse prima o poi inter­rotto questo eterno esilio nella terra dei baloc­chi, per­ché antic­i­pare il ter­rore, l’angoscia, la paura? Le orec­chie si sareb­bero allun­gate in forme asi­nine presto, e quando la trasfor­mazione in ciuchi sarebbe avvenuta niente avrebbe potuto fer­marla. Ma sin quando si poteva gio­care, per­ché fer­marsi? E poi chi ha detto che il sogno irre­al­iz­zato è meno degno del sogno real­iz­z­abile? Il Napoli aveva avuto solo sogni irre­al­iz­zati. Grandi gio­ca­tori come Rudi Krol, Omar Sivori, José Altafini, par­tite mer­av­igliose ma alla fine nes­sun risul­tato impor­tante. L’illusione può essere l’unica vera real­iz­zazione pos­si­bile. E quindi va bevuta tutta. Sino alla feccia.

Intanto Por­cello cresceva nel suo clan. Era rius­cito a trasfor­mare i luoghi del con­tra­b­bando in luoghi di stoccag­gio e ven­dita di cocaina, eroina e tutti i tipi di droghe leg­gere, pas­tic­che e acidi. Un mer­cato floridis­simo. Por­cello con il tempo ebbe incar­ichi eco­nomici diri­gen­ziali e non più esclu­si­va­mente orga­niz­za­tivi e mil­i­tari. Una volta rac­contò del capos­tazione. Diceva che era un suo amico. Era un fer­roviere, per­ciò lo chia­ma­vano il capos­tazione. Ora è uno dei mas­simi diri­genti sportivi, i procu­ra­tori gli sono vas­salli, gli arbi­tri gli devono car­riere e ville, non c’è gio­ca­tore straniero di tal­ento che lui non possa rag­giun­gere o tesser­are. In queste terre il capos­tazione è diven­tato potente, ha saputo stil­lare danaro e potere dalle imp­rese che più ren­de­vano: polit­ica e camorra. Ha mandato in can­crena gio­ca­tori, squadre, allena­tori, ha imboscato mil­iardi di lire bru­cian­doli per l’acquisto di cele­ber­rimi inca­paci; è rius­cito a far giun­gere anab­o­liz­zanti sconosciuti; ha saputo difend­ere suoi diri­genti accusati; ha saputo fare di suo figlio, il più tonto dei figli, un ricer­cato procu­ra­tore. Dal veleno dell’infezione ha rica­vato vita e salubrità per sé e per i suoi cli­enti. Il capos­tazione ado­rava tutti gli inter­me­di­ari, i medi­a­tori, li vedeva come sue brac­cia da usare senza dover sporcare le sue dita, can­dide e senza calli. E poi queste brac­cia aggiunte pote­vano essere tagli­ate in ogni momento. Tonino Por­cello era una delle miri­adi di brac­cia che il capos­tazione usava.
Tonino ges­tiva i soldi che il suo clan inves­tiva in gio­ca­tori e squadre, si sen­tiva prescelto dal capos­tazione igno­rando di far parte di uno stuolo inter­minabile di sen­sali: uno dei molti, uno degli ultimi. Aveva iniziato a far car­ri­era nel cal­cio accom­pa­g­nando il capos­tazione a conoscere il pres­i­dente dell’Avellino, il costrut­tore di Mer­cogliano Anto­nio Sibilia. Il pres­i­dente dell’Avellino lo incon­trarono in tri­bunale a un processo. Non era andato a tes­ti­mo­ni­are, né era impu­tato, ma si era recato da Raf­faele Cutolo, il capo della Nuova camorra orga­niz­zata, per donar­gli una medaglia. Una medaglia d’oro con ded­ica. Da un lato inciso il pro­filo del lupo irpino, dall’altro l’omaggio: «A Raf­faele Cutolo dall’Avellino cal­cio». Un gior­nal­ista sportivo denun­ciò la cosa. Luigi Necco, il gior­nal­ista che seguiva il Napoli. Rac­contò la cosa alla trasmis­sione Novan­tes­imo min­uto. Una trasmis­sione che inter­rompeva mat­ri­moni, oper­azioni chirur­giche, funer­ali, capace di far tacere qual­si­asi dis­corso al solo sibi­lare della sigla. E così il giorno dopo, con­travve­nendo all’assoluto ordine di Cutolo di non toc­care i gior­nal­isti, spararono nelle gambe di Necco. Lo punirono per­ché aveva sve­lato l’omaggio pri­vato, il vas­sal­lag­gio che doveva rimanere un gesto familiare.

Dario, Anto­nio, Giuseppe, Gio­vanni erano ormai i più forti cal­ci­a­tori di strada dell’area nord di Napoli. La squadra juniores del Napoli li prese. Gio­carono tre par­tite, mostrando a tutti cosa sig­nifi­cava avere tal­ento nel cal­cio. Maci­na­vano il campo. Li sta­vano per tesser­are quando Tonino Por­cello si pre­sentò al campo. Anto­nio lo vide da lon­tano, men­tre si stava tirando su i calzet­toni. E prima di finire di sro­to­larli aveva già capito tutto: la piazza era troppo scop­erta, gli altri ragazzi non rius­ci­vano a coprirla bene e addio tessera­mento. Tornarono così a gio­care per strada. Qualche mese più tardi, fecero una par­tita con i maranesi. I rivali di sem­pre. Si sta­vano scon­trando con falli pesanti, cross ner­vosi, spal­late da rugby. Dario aveva tra i piedi il pal­lone. Davanti due difen­sori e il portiere fuori dai pali. Gli venne in mente un’azione che aveva visto pochi giorni prima in Atalanta-Juventus. L’aveva in mente chiaris­sima. Aveva stam­pato in mente come aveva drib­blato la difesa Evair, un brasil­iano tozzo finito all’Atalanta quasi per caso, con una fac­cia da innocuo mas­cal­zone. Dario gli somigli­ava persino. Arrivò un’auto della polizia ma lui con­tinuò l’azione. Ne passò un’altra ma Dario con­tinuò i suoi toc­chi. Gli altri iniziarono a urlare «’o pal­lone ’o pal­lone», ci fu imme­di­ata­mente un’ansia gen­erale, i ragazz­ini iniziarono a scap­pare e urlare, men­tre Dario osti­nato con­tin­u­ava ancora la sua artis­tica azione ispi­rata a Evair. I poliziotti si insospet­tirono. I ragazzi furono tutti iden­ti­fi­cati. La Polizia arrestò diversi pusher, bloccò alcune donne che sta­vano nascon­dendo le buste di coca. Il fortino venne espug­nato.
Dario il giorno dopo fu por­tato nell’ufficio di Por­cello.
«Allora? Cosa hai com­bi­nato?».
Dario non aveva neanche il cor­ag­gio di muo­vere la lin­gua in bocca.
«Era troppo bella l’azione che stavo facendo».
«Ma che cazzo dici! Ma che sig­nifica troppo bella? Ma io ti pago, ma tu vera­mente vuoi fare il cal­ci­a­tore con i soldi miei? Tu dovevi lan­ciare il pal­lone, dare l’allarme, per­ché non l’hai fatto?».
«Era troppo bella l’azione, mi dispi­aceva inter­romperla…».
Por­cello gli mollò uno schi­affo di rovescio las­cian­dogli sulla guan­cia un graf­fio, la trac­cia del suo anello. Nes­suna bellezza poteva fer­mare l’economia del quartiere. Per i ragazzi essere pali sig­nifi­cava poter vivere gio­cando a pal­lone. Per il clan gio­care a pal­lone sig­nifi­cava poter vivere facendo i pali.

Ormai i ragazzi cresce­vano e non pote­vano più rice­vere pochi spic­ci­oli per stare in strada. Ora dove­vano scegliere il ruolo da rive­stire nell’organizzazione. Ognuno fu fatto entrare nel sis­tema da Tonino Por­cello. Quella ispi­rata da Evair fu l’ultima par­tita che fecero tra loro. Tutti e quattro.

Anni dopo arrivò una con­vo­cazione a Bres­cia, in un albergo. Ven­nero chia­mati tutti. Anto­nio aveva con­ser­vato un viso iden­tico. Giuseppe giunse con i guanti. Gio­vanni con­tin­u­ava a essere schelet­rico e nodoso. Sem­brava che non fosse pas­sato un solo giorno dalle par­tite per strada. Man­cava solo Dario. Ma ormai lui si era inim­i­cato il sis­tema. Dopo lo schi­affo ogni suo ruolo era stato can­cel­lato. Tutti e tre erano stati con­vo­cati dal Por­cello. Lo incon­trarono men­tre dava i doc­u­menti all’albergo. E solo in quel momento sep­pero che Por­cello non era un sopran­nome. Era il suo reale cog­nome. Sulla carta d’identità era scritto pre­cisa­mente Anto­nio Por­cello. Il capos­tazione gli aveva chiesto un favore. Un favore del­i­cato. Uno di quelli che devono essere asso­lu­ta­mente adem­piuti. Bisog­nava scortare un cuore. Un cuore di un ragazzo da dare a un uomo di un boss. Francesco Mollo, brac­cio destro di Gen­naro Veneruso, il boss di Volla, uno dei padrini più spi­etati del vesu­viano. Mollo atten­deva il cuore da tempo e temeva però che non l’avrebbero fatto mai arrivare.

La notizia del trapianto cir­colava ed erano in molti a non voler far con­tin­uare la vita di Mollo. Aveva bisogno di una sicurezza, vol­eva che il suo cuore fosse scor­tato. E allora si era riv­olto ai sec­ondiglianesi. Così Por­cello aveva con­vo­cato i suoi ragazzi. Il cuore da dare a Mollo era di un gio­ca­tore del Bres­cia. Vit­to­rio Mero. Un difen­sore cen­trale. Prima che un tir travolgesse la sua auto men­tre stava tor­nando a casa, erano solo i tifosi del Bres­cia a conoscerlo. Mero era un gio­ca­tore per­bene. Uno di quelli che lavo­rano senza falli, attenti su ogni palla. Uno di quelli di cui nes­suno si ricorda. Vit­to­rio stava ritor­nando a casa quando è morto. Era stato squal­i­fi­cato. Avrebbe dovuto gio­care Brescia-Parma, una semi­fi­nale di Coppa Italia. Bag­gio aveva avuto la notizia del suo inci­dente e l’aveva detto ai com­pagni di squadra. Nes­suno se la sentì di scen­dere in campo. Mero era uno di quelli di cui nes­suno si ricorda. Per­ché i difen­sori devono spac­care le ossa, farsi espellere, tran­ciare i piedi. Ci sono cal­ci­a­tori che sem­brano gio­care come se stessero alla catena di mon­tag­gio, lì in mezzo al campo a fare il loro dovere, avanti e indi­etro. Ter­ror­iz­zati dall’essere tagliati, cac­ciati, prestati in qualche serie minore a otto ore di treno da casa. I tele­cro­nisti diedero la notizia del decesso in diretta tv e la sua famiglia che atten­deva la par­tita, app­rese la morte di Vit­to­rio così.
La mat­tina dopo arrivò l’auto con il cuore. I tre entrarono armati nell’auto che gli aveva dato Tonino Por­cello. La squadra si ricom­pose. Men­tre cam­mi­na­vano Anto­nio inchiodò l’auto prima di imboc­care l’autostrada per Milano. Le ruote pos­te­ri­ori pat­ti­narono. Gio­vanni sbatté la testa con­tro il crus­cotto. Come per istinto Giuseppe car­icò il fucile, sicuro che ci fosse qualche prob­lema. «Cos’è stato?».
Anto­nio si fis­sava le cosce. Poi iniziò a par­lare: «Non mi pare giusta questa cosa?».
«Quale cosa?».
«Che il cuore di questo ragazzo debba essere dato a Francesco Mollo. Uno non vive fino a trent’anni per dare il cuore a uno come Mollo».
Gio­vanni era già in ansia e le rif­les­sioni di Anto­nio non lo rasser­e­na­vano. «Ma come ti viene adesso di farti questi prob­lemi. Ma pro­prio ora, cazzo, hai deciso di pen­sare al cuore di questo?».
«Ma questo è il cuore di un cal­ci­a­tore, uno come noi. Un cuore. Un cuore di uno che ha gio­cato a pal­lone. Sapete cosa sig­nifica? Non è giusto!».

Dif­fi­cile dis­cutere di gius­tizia quando hai una mitragli­etta Uzi a tra­collo e in macchina per­sone con due fucili a pompa carichi e pronti a sparare. Ma forse non ci sono momenti idonei per riflet­tere su certe cose. Anto­nio non ce la faceva a con­seg­nare il cuore di un gio­ca­tore a un camor­rista. Anche lui era un camor­rista, anche lui si era affil­iato. Ma era diverso. Lui l’aveva fatto per fare altro, per cam­pare come un cal­ci­a­tore, per vivere di gioco. E poi non avrebbe mai chiesto il cuore a nes­suno. Mollo era l’uomo di fidu­cia di un boss impli­cato in una sto­ria che i ragazzi non pote­vano sop­portare. Veneruso aveva dato l’ordine di punire un uomo del clan Orefice e aveva orga­niz­zato tutto affinché fosse real­iz­zato con la mas­sima vio­lenza. L’agguato doveva avvenire in una città del napo­le­tano dal nome ridi­colo, Pol­lena Troc­chia, che Totò usava come metafora per definire un paese sper­duto, una realtà micro­scop­ica per antono­ma­sia. Ma di ridi­colo e iron­ico questo paese ha soltanto la caco­fo­nia del nome. I killer non dove­vano colpire Raf­faele Ter­rac­ciano, ma un fratel­las­tro di suo padre. Dove­vano colpire lui. Ma ave­vano dinanzi Raf­faele, e così iniziarono a sparare su tutto quanto si muovesse o fosse immo­bile. Valentina, una bimba morì con un colpo alla testa. Aveva due anni, stava in brac­cio al padre quando arrivò la piog­gia di colpi. Il boss non si era preso neanche la respon­s­abil­ità dell’ordine che aveva dato e si era lavato dell’onta facendo fuori gli ese­cu­tori e addos­sando su di loro tutte le colpe.
«E a quella bam­bina non ci devo pen­sare? Neanche le palle di pren­dersi loro la respon­s­abil­ità hanno avuto!».
«No, non ci devi pen­sare, a te ha fatto qual­cosa? No! E allora?».
Era vero. Mollo non gli aveva fatto nulla. E questo bas­tava per ren­derlo degno di rispetto e in diritto di rice­vere il cuore di quel gio­vane cal­ci­a­tore. Risul­tava ridi­colo ragionare in astratto. Il prin­ci­pio di gius­tizia non può arti­co­larsi in maniera astratta. Altri­menti coin­volge tutti, colpevoli i min­istri, colpevoli i papi, colpevoli i santi e gli eretici, colpevoli i riv­o­luzionari e i reazionari. Colpevoli tutti di aver fal­lito, ucciso, sbagliato. Gius­tizia e ingius­tizia pote­vano avere definizione solo se con­sid­er­ate nel loro ruolo con­creto. Di vit­to­ria o scon­fitta, di atto fatto o subito. Se qual­cuno ti feriva, ti mal­trat­tava, stava com­met­tendo un’ingiustizia, se invece ti trat­tava nel migliore dei modi ti faceva gius­tizia. Bisog­nava fer­marsi a questi cal­ibri. A queste maglie di giudizio. Bas­ta­vano. Dove­vano bastare. Questa è l’unica reale forma di val­u­tazione della gius­tizia. Il resto è solo reli­gione e con­fes­sion­ale. E così anche Mollo mer­i­tava il suo cuore gio­vane, la pos­si­bil­ità di cam­pare ancora. L’auto con il cuore di ricam­bio per il camor­rista vesu­viano arrivò sana e salva a Milano. Por­cello li aspet­tava. Si fermò vicino ad Anto­nio: «Poi mi sono dimen­ti­cato di dirti che non era più il cuore del gio­ca­tore. Era messo troppo male, ma qua si ammaz­zano con­tin­u­a­mente sulle strade e un pri­mario amico del capos­tazione ne ha trovato subito un altro di cuore da dare a quel dis­grazi­ato di Mollo».
Il capos­tazione rius­civa persino a decidere non solo delle volontà e della vita degli altri. Ma persino degli organi, della morte, dei trapi­anti. Sem­brava davvero capace di met­tere le mani nelle vis­cere di chi­unque. Anto­nio fissò Gio­vanni e Giuseppe cer­cando di capire chi aveva rac­con­tato a Por­cello le sue per­p­lessità. Ma della delazione non se ne curò molto. È una neces­sità per chi fa certi lavori. Per Anto­nio fuori dal gioco tutto poteva accadere e tutto si aspet­tava. Nel gioco, nel gioco solo può esistere la realtà che lui vol­eva vivere. Era sul campo la vera vita, non altrove. Anto­nio non smise mai di gio­care a pal­lone. Divenne cen­tra­vanti del Real Casa­va­tore. Real! Con questo pre­fisso alti­so­nante non gius­ti­fi­cato da nes­suna monar­chia e nes­suna asso­luta nobiltà si appella­vano molte squadre dell’entroterra cam­pano: il Real Mar­cianise, Real Aversa, Real Marzano. Una volta il sin­daco di un paesino del caser­tano, orgoglioso per la pro­mozione della pro­pria squadra, aveva invi­tato la fotografa della «Gazzetta dello Sport». Men­tre stava per fare la foto, due del Real le si avvic­i­narono bloc­can­dola. Chia­marono due gia­r­dinieri che si spogliarono dinanzi a lei. Poi si rive­stirono con il com­pleto della squadra. L’attaccante e il libero del Real erano lati­tanti, non pote­vano apparire, gio­ca­vano sotto nome falso e nelle foto erano sem­pre sos­ti­tu­iti da facce occasionali.

Con il tempo, Anto­nio divenne un fedelis­simo del clan Di Lauro di Sec­ondigliano. Approf­ittava delle trasferte per incon­trare i ref­er­enti del clan, con cui si incon­trava prima di ogni par­tita fuori lo sta­dio. Rac­coglieva i soldi dei pusher, dei capoter­ri­to­rio che dove­vano dare alla diri­genza la loro quota men­sile. Con il tempo gli per­mis­ero persino di pro­porre idee di inves­ti­mento alla diri­genza del clan. I ref­er­enti del clan Di Lauro aspet­ta­vano che la squadra di Anto­nio andasse a gio­care nella loro zona per ver­sare le quote alla cassa del clan. Da un po’ di tempo però agli appun­ta­menti fuori lo sta­dio non si pre­sen­tava più nes­suno. Casa­va­tore, il paese di Anto­nio, era finito in mano ai ribelli e nes­suno vol­eva cor­rere il ris­chio di trattare con qual­cuno che proveniva dalla zona di chi si era riv­oltato al boss, almeno prima di capire chi sareb­bero stati i vinci­tori della guerra.
Gio­vanni e Giuseppe seguiv­ano sem­pre Anto­nio nei suoi incon­tri di lavoro. Loro ave­vano las­ci­ato perdere il cal­cio. Il sogno del gioco perenne l’avevano abban­do­nato pagan­dolo con l’affiliazione al clan e la cura della for­ni­tura di hashish ed eroina a diversi traf­fi­canti del cen­tro Italia. Ma nes­suno rimpiangeva nulla. Qui si è abit­uati a pagare per qual­si­asi cosa, ogni scelta la paghi. La scelta di restare, la scelta di emi­grare, lavo­rare in nero, arruo­larsi, tutto si paga senza pos­si­bil­ità di van­tag­gio. È la prima cosa che impari quando cresci da queste parti. Aver pagato per un sogno, il sogno di vivere gio­cando, in fondo non era peg­gio di pagare per qualche altro motivo. Se pro­prio si deve subire, meglio subire per un deside­rio che in parte si è assag­giato, piut­tosto che per qual­cosa che non si ass­apor­erà mai.
Anto­nio finì la par­tita e dopo la doc­cia uscì con Gio­vanni e Giuseppe. Men­tre sta­vano tor­nando, un’auto li fermò. Aveva una sirena sul tetto. Sce­sero due uomini con i tesserini della polizia. I ragazzi non ten­tarono di fug­gire né di fare resistenza. Sape­vano come dove­vano com­por­tarsi: l’avvocato lo avrebbe pagato il clan, avreb­bero con­tin­u­ato ad avere uno stipen­dio, e un inden­nizzo ver­sato alle famiglie. Li ammanet­tarono, li cari­carono in auto. L’auto poi d’improvviso si fermò e li fece scen­dere. I tre non capirono subito, ma quando videro le pis­tole tutto fu chiaro. Era un’imboscata. Non erano poliziotti ma gli spag­noli. Il gruppo ribelle. Gio­vanni iniziò a cor­rere e Anto­nio, come se lo stesse lan­ciando in attacco, urlava: «Vai Giovà, vai vai vai…».
Gio­vanni cor­reva sbi­lenco, per le mani legate dietro la schiena, e la testa come unico perno d’equilibrio. Cadde. Si rialzò. Ricadde. Si faceva forza con il collo. Corse ancora. Lo rag­giun­sero, gli pun­tarono un’automatica in bocca. Mi hanno detto che gli hanno trovato i denti rotti, aveva ten­tato di mordere la canna della pis­tola, come per spez­zarla, o forse l’istinto.

Dario seppe la notizia quasi subito. Lavo­rava come fio­raio a Roma. Era andato via da Napoli, via dal quartiere, via da tutto. Ma ancora, da lon­tano, si sen­tiva con i com­pagni di squadra. Lo sveg­liò la moglie e non ci fu neanche il bisogno di rac­con­tare i par­ti­co­lari. Era scop­pi­ata la guerra di camorra e sapeva che tra i sol­dati c’erano Anto­nio, Giuseppe e Gio­vanni. Dario prese il treno e tornò a Napoli. Arrivò di notte. Andò sul posto dell’agguato, vide per terra ancora i dis­egni con il gesso, il sangue sec­cato vicino ai bat­tis­copa dei mar­ci­apiedi, dove l’acqua delle sec­chi­ate l’aveva spinto. Chissà se in quell’istante sia venuto in mente a Dario la sagoma di Evair; chissà se si è ricordato che quell’azione, quella sgam­bet­tata gli ave­vano sal­vato la vita. Dario non ebbe dif­fi­coltà a rag­giun­gere la piazza dove gio­ca­vano, anche se ora è com­ple­ta­mente cam­bi­ata. Attra­ver­sata da muretti abu­sivi, for­tini abbat­tuti e ricostru­iti. La piazza era stata trasfor­mata in un ter­ri­to­rio blindato, un sito di stoccag­gio della cocaina che avrebbe inondato mezza Europa. Scav­alcò un muro, taglian­dosi il palmo con un coc­cio di bot­tiglia, ma non se ne accorse nem­meno, non c’era più dolore da sen­tire. Dallo zaino cac­ciò il Super San­tos. E iniziò la par­tita. Iniziò a sbat­tere il pal­lone sul muro dove era ancora trac­ciata la porta con la ver­nice. Punizioni, drib­bling, pal­leggi e poi bor­date con­tro il muro. Nes­suno in porta, nes­suno in difesa, nes­sun cen­tra­vanti. Da solo. All’americana.

E pensare che il capostazione viene ancora rimpianto da qualcuno… FECCIA!