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Posto un altro articolo sull’argomento monnezza, molto ben scritto ed esauriente, che fotografa la situazione dei rifiuti in campania.

Smaltire una tonnellata di rifiuti in una discarica nuova costa cento euro a tonnellata. Invece la Provincia di Napoli ne paga 171 usando impianti legati ai Cosentino o in odore di mafia. Così l’emergenza diventa un gigantesco business.

Follow the garbage: nessun concetto è più immediato per comprendere appieno la genesi dell’ultima crisi dei rifiuti a Napoli. Seguire il percorso dei sacchetti, proprio come Giovanni Falcone col suo “follow the money” invitava a fare con il denaro che avrebbe portato dritto al mafioso. Ecco, per capire perché Napoli sia ancora una volta travolta da un fiume di monnezza, cogliere fino in fondo il senso delle accuse di un presunto complotto lanciate dal sindaco ed ex pm Luigi De Magistris o le parole del governatore Stefano Caldoro, che invita a cercare in altri Palazzi le responsabilità della nuova emergenza ambientale, bisogna fare oggi lo stesso cammino che la spazzatura ha fatto da gennaio fino alle scorse elezioni comunali.

E scoprire, così, come siano andati in fumo quasi 20 milioni di euro in cinque mesi solo per spostare in avanti le lancette della più drammatica delle crisi degli ultimi anni in Campania. Un costoso gioco di prestigio, per nascondere problemi e colpe, distribuire incarichi e risorse pubbliche. Con la monnezza che viaggia indisturbata lungo le autostrade, finisce in discariche sospette e diventa oro per ditte con assetti societari dai contorni opachi.

Il “tic-tac” perentorio. A garantire gli spazi per i sacchetti napoletani avrebbe dovuto provvedere il presidente della Provincia, il deputato Luigi Cesaro, celebre più che per la sua azione politica per il soprannome di “Giggino ‘a Purpetta”, le sue gaffe e un passato di rapporti con la nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Era stata una scelta precisa di Berlusconi e Bertolaso, quella di “provincializzare” il ciclo dei rifiuti campani: un diktat, anzi tic-tac, per dirla alla Cesaro quando parla delle scelte imposte dal premier. Che, di fatto, decreta il definitivo ko in una situazione di per sé già incancrenita, generando un paradosso nel paradosso: nella terra dell’emergenza perenne, non è possibile smaltire ad Avellino o Benevento i sacchetti di Napoli, di gran lunga la provincia più popolosa della regione. Ma spargerli, a costi altissimi, sul territorio nazionale si può.

E’ in questo contesto che, tra uno scivolone lessicale e l’altro – passando da un Marchionne chiamato Melchiorre fino ai festeggiamenti “per i 150 anni dell’Unità della Repubblica” – Cesaro mette su la Sapna, la società che avrebbe dovuto riportare Napoli e provincia alla normalità ma che, fino a oggi, è riuscita a smaltire efficacemente solo risorse pubbliche: nel suo primo anno di attività ha divorato 115 milioni di euro, nonostante la gestione di buona parte degli impianti le sia stata attribuita solo a fine 2010. Una zavorra per le casse provinciali, che rischia di trascinare verso il dissesto finanziario l’Ente il cui bilancio, all’arrivo di Cesaro, aveva da poco ricevuto il massimo dei voti da Moody’s (rating Aa3, ndr). Il tutto, vidimato da un collegio sindacale composto da membri interni all’amministrazione provinciale: con il controllore e il controllato che, in pratica, vestono la stessa casacca. Un’anomalia tanto evidente da essere stata sottoposta al capo dello Stato: lo ha fatto un giovane consigliere provinciale di 28 anni, Livio Falcone, che si è rivolto direttamente al presidente Napolitano per avere giustizia.

Il 4 gennaio 2011 è, in qualche modo, un’altra data simbolo dell’unità d’Italia. E’ il giorno in cui Napoli prova a far suo il pragmatismo milanese. E’ il berlusconismo che si declina sul territorio, che cambia accento ma non sostanza: perché alla fine, poi, non se ne farà nulla. Quel giorno a Palazzo Chigi – alla presenza del sottosegretario Gianni Letta, del governatore campano Caldoro e dei cinque presidenti di provincia – viene siglato un accordo per superare l’ormai consueta crisi di Natale. Due paginette e due capitoli: “Accordi strutturali” e “Accordi funzionali”, c’è scritto. Il primo punto è chiaro: “Individuazione e realizzazione di una nuova discarica nella provincia di Napoli per almeno 1.000.000 di tonnellate e problemi connessi”. In calce a quel documento ci sono tutte le firme, nessuna esclusa.

Quel giorno, Cesaro fa suo lo slogan del Cavaliere: “Ci penso io!”. E lo fa a modo suo, aggirando l’ostacolo: nessuna nuova discarica verrà aperta da allora nel suo territorio di competenza, nessuna soluzione stabile e duratura. Fa di più: si libera presto anche delle responsabilità, affidate a fine marzo a un commissario straordinario. In compenso, quando gli spazi dove stipare i rifiuti stanno per finire, si preoccupa di stipulare contratti per spedirli fuori regione. A un prezzo quasi doppio di quanto non costasse allestire un buco attrezzato: 171 euro in media per ogni tonnellata trasportata lontano, a fronte dei 100 euro che servono per una nuova discarica tra preparazione, gestione, trasporto e bonifica finale. A organizzare il tutto è la Sapna: in cinque mesi, da Napoli partono oltre 100 mila tonnellate di rifiuti verso la Toscana, l’Emilia, la Puglia e la Sicilia, grazie a un accordo con quattro ditte che garantiscono la raccolta, il trasporto fuori regione e lo smaltimento in discarica.

In Emilia, 6 mila tonnellate finiscono nell’impianto di Imola della Akron del gruppo Hera, la multiservizi di Bologna che tra le sue controllate annovera anche la Hera Comm Mediterranea, società in cui confluiscono gli interessi della famiglia di Nicola Cosentino. Nel consiglio di amministrazione siede Giovanni Cosentino, fratello dell’ex sottosegretario per cui è stato chiesto l’arresto per presunti rapporti con la camorra. La Hera Comm Mediterranea era nata, nel 2007, per gestire la vendita di una quota parte dell’energia prodotta da una centrale a turbogas sorta a Sparanise, in provincia di Caserta, feudo dei Cosentino. La metà delle sue azioni appartiene a una misteriosa società, la Scr, i cui soci sono “schermati” da una fiduciaria. Di certo c’è che a rappresentarla sia Giovanni Cosentino, che la stessa società abbia acquistato e poi subito rivenduto i terreni dove sorge la centrale con un guadagno di 9 milioni e che la Hera Comm Mediterranea abbia sede in un capannone della società Aversana Petroli, la holding da 100 milioni di fatturato annuo della famiglia Cosentino. Un intreccio svelato nell’autunno del 2008 da “l’Espresso”, su cui da tempo si indaga.

Mistero sullo Stretto. La fetta più grossa dei rifiuti di Napoli, secondo i contratti stipulati, finisce in Sicilia: 66 mila tonnellate in tutto, più o meno divise a metà tra Trapani e Messina. Lo dicono documenti ufficiali che “l’Espresso” ha potuto consultare. Ma è giallo: “Non ci risulta che alla discarica di Mazzarrà Sant’Andrea siano presenti rifiuti provenienti da Napoli, ma avvieremo al più presto un’ispezione. Se dovessimo scoprire qualcosa, avvertiremo subito l’autorità giudiziaria”, ha dichiarato nei giorni scorsi Carmelo Torre, assessore all’Ambiente della Provincia di Messina. Uno sforzo inutile: in quell’invaso è certo che agli inizi di aprile fossero già finite almeno 25 mila tonnellate di immondizia napoletana. Lo confermano anche le dichiarazioni dell’amministratore delegato dello stesso impianto, Pino Innocenti, rilasciate al periodico locale “centonove”: “La discarica sta accogliendo solo 25 mila tonnellate di rifiuti accumulate nello Stir di Tufino, essiccate e senza alcun rischio”. In realtà, in quell’invaso è finita spazzatura proveniente dallo Stir di Giugliano. Un affare da svariati milioni di euro, un “ponte di rifiuti” tra Napoli e Messina su cui si addensano non poche ombre. A cominciare dalla ditta che, di fatto, ha provveduto al trasferimento di buona parte del carico: la Adiletta Logistica di Nocera Inferiore, società che nel 2009 era stata colpita da un’interdittiva antimafia atipica dopo aver a lungo lavorato per la struttura di Guido Bertolaso. Sulla discarica di Mazzarà a Sant’Andrea, inoltre, secondo il Procuratore della Repubblica di Messina, Guido Lo Forte, sono “emerse non dico delle infiltrazioni, ma addirittura una sorta di quasi gestione non ufficiale da parte dalla mafia Barcellonese”.

L’ex presidente della Tirreno Ambiente, società che amministra l’impianto, è tuttora sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Le sue dimissioni hanno permesso all’azienda di continuare a operare. Ma le dichiarazioni pronunciate da Lo Forte davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti pesano ancora oggi come un macigno. Sospetti che non frenano, tuttavia, il flusso di sacchetti tra la Campania e la Sicilia, già pronto per essere replicato: “I napoletani pagano cash e bene. Queste risorse sono un toccasana per tutti gli operatori del settore ridotti sul lastrico dagli enormi debiti degli Ato siciliani, a cui corrispondono eguali crediti di imprenditori. Sto trattando per sottoscrivere un accordo da 2 mila tonnellate al giorno”, ha dichiarato candidamente Vincenzo D’Angelo, l’imprenditore che guida il raggruppamento che si è aggiudicato la commessa e su cui pesa una condanna in primo grado a sette mesi per “aver gestito rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, in assenza di autorizzazioni”.

Ora, a Napoli tutti aspettano che il governo faccia ripartire per decreto i torpedoni della monnezza costretti ai box da una sentenza del Tar del Lazio. Il coro è unanime, da destra a sinistra, cittadini e addetti ai lavori, ambientalisti del fare e integralisti: riprendano i viaggi dei carichi di spazzatura, prima che dilaghi un’epidemia che ai più, comunque, appare poco probabile. Poco importa che in ballo ci sia l’ennesima emorragia di soldi pubblici.

Claudio Pappaianni

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Aiuto da oltreoceano!

Pubblicato: 30/06/2011 in ambiente, fun, napoli, politica

La nuova giunta comunale di Napoli ha finalmente varato il nuovo piano per la risoluzione della sempre più insostenibile questione rifiuti. Tramite accordi siglati nella semisegretezza tra De Magistris e Obama, gli USA si impegneranno di inviarci un team di persone altamente qualificate nel risolvere i problemi. Col loro aiuto sono sicuro che tutto migliorerà. Ecco una immagine del team americano al lavoro:

Facciamoci su almeno due risate va….

Oggi al tg ho visto immagini raccapriccianti provenienti dalla valsusa. Una fila chilometrica di automezzi della polizia a sorvegliare un cantiere che la gente del posto non vuole si apra. Subito scontri tra forze dell’ordine e manifestanti le cui immagini fanno il giro del mondo. Ho cercato in rete info sulla protesta per cercare di capirne i motivi ma con scarsi risultati, tranne che per il seguente articolo scritto su micromega. Spero possa servire a chiarire le idee come è successo con me. Buona lettura:

Le grandi opere non le vuole più nessuno, salvo chi le costruisce e la politica bipartisan che le sponsorizza con pubblico denaro. Dell’inutilità del Ponte sullo Stretto non vale più la pena di parlare, e dell’affaruccio miliardario delle centrali nucleari ci siamo forse sbarazzati con il referendum. Prendiamo invece il caso Tav Val di Susa. Per i promotori si tratterebbe di un progetto “strategico”, del quale l’Italia non può fare a meno, sembra che senza quel supertunnel ferroviario di oltre 50 km di lunghezza sotto le Alpi, l’Italia sia destinata a un declino epocale, tagliata fuori dall’Europa. Chiacchiere senza un solo numero a supporto, è da vent’anni che le ripetono e mai abbiamo visto supermercati vuoti perché mancava quel buco.

I numeri invece li hanno ben chiari i cittadini della Valsusa che costituiscono un modello di democrazia partecipata operante da decenni, decine di migliaia di persone, lavoratori, pubblici amministratori, imprenditori, docenti, studenti e pensionati, in una parola il movimento “No Tav”, spesso dipinto come minoranza facinorosa, retrograda e nemica del progresso. Numeri che l’Osservatorio tecnico sul Tav presieduto dall’architetto Mario Virano si rifiuta tenacemente di discutere. Proviamo qui a metterne in luce qualcuno.

Il primo assunto secondo il quale le merci dovrebbero spostarsi dalla gomma alla rotaia è di natura ambientale: il trasporto ferroviario, pur meno versatile di quello stradale, inquina meno. Il che è vero solo allorché si utilizza e si migliora una rete esistente. Se invece si progetta un’opera colossale, con oltre 70 chilometri di gallerie, dieci anni di cantiere, decine di migliaia di viaggi di camion, materiali di scavo da smaltire, talpe perforatrici, migliaia di tonnellate di ferro e calcestruzzo, oltre all’energia necessaria per farla poi funzionare, si scopre che il consumo di materie prime ed energia, nonché relative emissioni, è così elevato da vanificare l’ipotetico guadagno del parziale trasferimento merci da gomma a rotaia. I calcoli sono stati fatti dall’Università di Siena e dall’Università della California. In sostanza la cura è peggio del male.

Veniamo ora all’essere tagliati fuori dall’Europa: detto così sembra che la Val di Susa sia un’insuperabile barriera orografica, invece è già percorsa dalla linea ferroviaria internazionale a doppio binario che utilizza il tunnel del Frejus, ancora perfettamente operativo dopo 140 anni, affiancato peraltro al tunnel autostradale. Questa ferrovia è attualmente molto sottoutilizzata rispetto alle sue capacità di trasporto merci e passeggeri, sarebbe dunque logico prima di progettare opere faraoniche, utilizzare al meglio l’infrastruttura esistente. Lyon-Turin Ferroviarie a sostegno della proposta di nuova linea ipotizza che il volume dell’interscambio di merci e persone attraverso la frontiera cresca senza limiti nei prossimi decenni. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino dimostra che “assunzioni e conclusioni di questo tipo sono del tutto infondate”. I dati degli ultimi anni lungo l’asse Francia-Italia smentiscono infatti questo scenario: il transito merci è in calo e non ha ragione di esplodere in futuro. Un rapporto della Direction des Ponts et Chaussées francese predisposto per un audit all’Assemblea Nazionale nel 2003 afferma che riguardo al trasferimento modale tra gomma e rotaia, la Lione-Torino sarà ininfluente.

E ora i costi di realizzazione a carico del governo italiano: 12-13 miliardi di euro, che considerando gli interessi sul decennio di cantiere portano il costo totale prima dell’entrata in servizio dell’opera a 16-17 miliardi di euro. Ma il bello è che anche quando funzionerà, la linea non sarà assolutamente in grado di ripagarsi e diventerà fonte di continua passività, trasformandosi per i cittadini in un cappio fiscale.

Ho qui sintetizzato una minima parte dei dati che riempiono decine di studi rigorosi, incluse le recenti 140 pagine di osservazioni della Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone, dati sui quali si rifiuta sempre il confronto, adducendo banalità da comizio tipo “i cantieri porteranno lavoro”. Ma suvvia, ci sono tanti lavori più utili da fare! Piccole opere capillari di manutenzione delle infrastrutture italiane esistenti, ferrovie, acquedotti, ospedali, protezione idrogeologica, riqualificazione energetica degli edifici, energie rinnovabili. Non abbiamo bisogno di scavare buchi nelle montagne che a loro volta ne provocheranno altri nelle casse statali, altro che opera strategica!

Seguendo lo stesso criterio, anche l’Expo 2015 di Milano sarebbe semplicemente da non fare, chiuso il discorso. Sono eventi che andavano bene cent’anni fa. Se oggi in Italia tanti comitati si stanno organizzando per dire “no” alle grandi opere e per difendere i beni comuni e gli interessi del Paese, non è per sindrome Nimby (non nel mio cortile), bensì perché, come è scritto nel libro “Prepariamoci” (Chiarelettere), per troppo tempo si sono detti dei “sì” che hanno devastato il paesaggio e minato la nostra salute fisica e mentale.

Il seguente video cerca di sintetizzare nella maniera più semplice possibile l’enorme business che c’è dietro la raccolta e lo smaltimento della munnezza in collegamento alle nuove delibere del comune di Napoli.

Ero intenzionato a scrivere un post sul disastro ecologico che imperversa in questi giorni a Napoli ma mentre ero alla ricerca di informazioni a riguardo ho trovato questo articolo di Vito Laudadio che riassume alla grande il mio pensiero. Buona lettura.

Il neo-sindaco denuncia un sabotaggio nei propri confronti per far fallire il piano anti-spazzatura previsto dalla sua prima delibera di giunta. Nel mirino dell’accusa quel sistema politico-affaristico che per anni ha lucrato sul ciclo dei rifiuti. I cinque giorni promessi per ripulire Napoli stanno scadendo e la città è sommersa da oltre 2mila tonnellate di spazzatura

Sabotaggio. Luigi De Magistris non usa mezzi termini per spiegare il perché Napoli sia sommersa dai rifiuti a quattro giorni dal suo proclama: “Ripuliremo la città in cinque giorni”, aveva annunciato illustrando il new-deal della città. Qualcuno ha remato contro: la “macchina della munnezza”, quella di chi in questi anni ha lucrato sull’emergenza perpetua e teme l’annunciato “voltar pagina”, ora gioca il tutto per tutto. E gioca sporco.

A cominciare dai dipendenti delle società che, in subappalto, gestiscono la raccolta in un lembo di città. Ex disoccupati, di quelli organizzati a fomentare la piazza e far crescere la protesta all’estremo. “Gente abituata a guadagnare fino a tremila euro al mese per non fare nulla” racconta chi li conosce bene: anche se cambiano le aziende, loro restano sempre al proprio posto. A fare e disfare. Come è successo l’altra notte, dove i soliti noti hanno impedito fisicamente la raccolta. Con le buone e con le cattive: indaga la Digos.

I nomi sono sempre gli stessi, i referenti politici pure: la filiera delle responsabilità è un monocolore azzurro, come il partito del Premier. Dal consigliere provinciale ex Forza Italia recentemente arrestato e sponsor di una delle cooperative attenzionate, al Presidente della Giunta Provinciale, Luigi Cesaro, che avrebbe dovuto da mesi individuare un buco dove stipare la munnezza di Napoli e non l’ha fatto. Da Nicola Cosentino (che proprio ieri se la rideva lla grande in parlamento, chissà perchè…) fino al presidente del Consiglio, che l’aveva giurata ai napoletani all’indomani della debacle elettorale.

Tutti sanno bene quanto il sistema sia fragile e come basti uno stuzzicadente per bloccare l’ingranaggio, tutti conoscono alla perfezione la parte assegnata in quel fetido copione. Ecco: per capire perché a ventiquattrore dalla scadenza dell’impegno preso dal Sindaco di Napoli la spazzatura in città cresce anziché diminuire, bisogna mettere insieme tutte le tessere di un puzzle già smontato e rimontato centinaia di volte. La città non è autonoma: una volta raccolti i rifiuti per strada, spetta alla Regione (a guida centrodestra, ndr) decidere dove sversarli e alla Provincia di Napoli gestire il resto. Il risultato è che gli oltre 200 mezzi di ASIA, la società del Comune che gestisce il servizio, sono colmi da giorni e non sanno dove andare a svuotare le loro pance. E la munnezza cresce per strada, dai bordi di periferia fino al centro. Il caldo fa il resto: in alcuni punti della città l’aria è irrespirabile, il cielo ammorbato da insetti di ogni specie che si moltiplicano insieme ai sacchetti.

L’ultimo bollettino parla di oltre 2.600 tonnellate sparse per le strade della città. Cifre drammatiche, destinate a crescere fino a quando il Governo non varerà il decreto che sbocca il trasferimento fuori regione dei rifiuti campani, unica soluzione con le discariche ormai intasate. La Lega, manco a dirlo, si oppone: dei rifiuti di Napoli accetta solo i lucrosi utili della gestione dell’inceneritore di Acerra. Lega di cassa e di Governo, che prende i soldi e scappa: dal caos, dalla puzza, dalle responsabilità di tre anni di immobilismo totale sul fronte rifiuti del Governo che sostiene anche in questa lenta e inesorabile agonia. Il risultato si vede e si annusa per le strade di Napoli, che oggi sono nelle stesse condizioni di tre anni fa. Pure peggiori, grazie soprattutto all’inerzia di tutti gli uomini del Presidente, che sapientemente avevano costruito a tavolino una nuova emergenza indotta da risolvere con il più classico dei miracoli salvifici berlusconiani. Qualcosa non è andato per il verso giusto, il sacchetto è esploso nelle mani di chi l’aveva preparato.

Da mesi il Presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro – l’uomo che porta mozzarelle ad Arcore dopo aver portato pizzini per conto di donna Rosetta Cutolo a metà degli anni ’80 – avrebbe dovuto individuare l’area per una nuova discarica da un milione di tonnellate. Un polmone fetido, per permettere davvero alla città di diventare autonoma dopo i vuoti proclami della B2, Berlusca+Bertolaso. Un impegno preso, nero su bianco, a inizio anno a Palazzo Chigi ma mai mantenuto. Non solo: una delle tre linee di produzione dell’inceneritore di Acerra, gestito dai Lombardi di A2A, è fermo per manutenzione programmata. Proprio ora, quando era chiaro a tutti che in assenza di spazi in discarica a Napoli sarebbe scoppiato l’inferno. Una situazione buona per tutte le stagioni: se a Napoli avesse vinto Lettieri, il nostro giovane premier avrebbe rivendicato un altro miracolo. Ora, lascia che la città sprofondi nei mali da lui stesso congegnati.

Confido molto nell’intelligenza di chi legge i miei post, non credo pertanto che ci sia qualcuno che, alle prox amministrative, voti per la lettiera dei gatti (nonostante i bellissimi spot elettorali con protagonisti gente del calibro di eddy sacchetto). Per esserne sicuro ricordo che egli altro non è che l’ennesimo leccaculo dalla lingua di velluto del nostro giovane premier. Voi direte “tutti sono leccaculo, dove sta la differenza?”, la differenza sta in quello che vedete appena uscite di casa: le montagne di monnezza. Voi ridirete “è tutta colpa di stronzolino e della puttanino”, questo è verissimo ma chi ci ha maraciato sulla questione e ha promesso che avrebbe risolto tutto quasi un centinaio di volte negli ultimi tempi? sempre il primo ministro. Quindi per farvi capire quanto valgono le parole di certi miserabili (d’animo, i soldi ce li hanno) personaggi ecco di seguito un excursus di tutte le cazzate che ci hanno raccontato negli ultmi 3 anni.

Cominciamo nel dire che i rifiuti tre anni fa erano ‘colpa di Prodi’, tre giorni fa ‘dei Pm’ e ieri ‘del Comune’. Ma due anni fa l’emergenza era ‘finita’, poi invece mancavano ‘dieci giorni’ alla fine dell’emergenza, poi ‘tre giorni’, poi ‘due settimane’, poi ‘ci avrebbe pensato lui’. Andando nello specifico riporto le frasi esatte (così almeno ci facciamo due risate di sano umorismo nero) del nostro giovane premier:

«Il primo impegno del prossimo governo sarà liberare Napoli e la Campania dalla montagna di rifiuti sotto la quale la classe dirigente del Pd, Prodi, Bassolino e Iervolino, le hanno sepolte». (19 marzo 2008)

«Libererò la Campania dai rifiuti e da Bassolino che con la Iervolino e Prodi ha fatto soltanto danni». (4 aprile 2008)

«La prima cosa da fare è la soluzione dell’emergenza rifiuti». (6 aprile 2008)

«Avremo due lavori da fare: riportare Napoli e la Campania al livello di civiltà, e riportare lo splendore di Napoli sulle tv di tutto il mondo». (10 aprile 2008)

«Ci impegneremo subito per risolvere l’emergenza rifiuti e il problema Alitalia». (14 aprile 2008)

«Siamo vicinissimi alla firma degli accordi con gli impianti privati che dovrebbero far sì che, dal momento della firma, e giuro nel massimo di due settimane, noi dovremmo liberare definitivamente Napoli, la sua Provincia e la Campania dai rifiuti nelle strade». (2 luglio 2008)

«Dopo 58 giorni Napoli è tornata ad essere una città pulita, una città occidentale, dove non c’è più il disastro della spazzatura nelle strade». (18 luglio 2008)

«Napoli è fuori dall’emergenza acuta, ma per uscirne definitivamente bisogna aspettare che entrino in funzione i termovalorizzatori, in primo luogo quello di Acerra». (1° agosto 2008)

«Napoli è rimasta pulita». (4 settembre 2008)

«E’ finita l’emergenza, la situazione è sotto controllo». (1° ottobre 2008) «Oggi è una data storica per la Campania e per Napoli, perché si esce dall’emergenza definitivamente, non si tornerà più alla situazione e alla tragedia che ha angosciato i cittadini napoletani e campani per diversi anni, perché si entra in una fase di smaltimento dei rifiuti che possiamo definire industriale». (26 marzo 2009)

«Ho visto sui giornali nuove foto di Napoli con le strade sporche di sacchetti di immondizia. Devo dirvi che sono sacchetti di immondizia elettorale, o rifiuti che non hanno a che vedere con lo smaltimento. E’ immondizia elettorale, quelle foto o sono di situazioni locali di Comuni che non raccolgono immondizia o sono solo sacchetti di immondizia elettorale». (3 giugno 2009)

«Napoli è tornata a quel livello di civiltà che si merita». (29 giugno 2009)

«Ricordate i rifiuti a Napoli e il malgoverno di Prodi? I responsabili di quella pagina sono gli stessi che accusano Bertolaso a cui si dovrebbe fare un monumento». (21 febbraio 2010)

«L’abbiamo risolta per Napoli e per 552 Comuni in 58 giorni, e ora c’è un termovalorizzatore e quattro discariche che funzionano benissimo». (18 marzo 2010)

«Il governo ha completamente risolto il problema dei rifiuti. Napoli ha discariche che possono contenere i rifiuti, il termovalizzatore di Acerra che funziona completamente. Che cosa non funziona a Napoli? La raccolta dei rifiuti, che è nella completa responsabilità dell’amministrazione comunale di Napoli, che ha un nome ed un cognome. E si chiama Rosa Russo Iervolino». (30 settembre 2010)

«Quello che non funziona è la raccolta che non è responsabilità della Regione ma del Comune quindi del sindaco e dei suoi collaboratori. Da quanto mi risulta il problema è stato risolto al 95% , l’ho saputo ieri ad alcuni collaboratori campani». (6 ottobre 2010)

«Entro dieci giorni a Terzigno la situazione tornerà alla normalità». (22 ottobre 2010)

«Fra tre giorni a Napoli non ci saranno più rifiuti». (28 ottobre 2010)

«Il governo ha risolto la situazione, non si può attribuirgli colpe che non ha». (2 novembre 2010)

«I cittadini devono fare sforzi per aumentare la raccolta differenziata, che serve a ridurre il volume dei rifiuti da portare in discarica». (5 novembre 2010)

«Se riesco oggi pomeriggio vado a Napoli. Non è possibile che noi mettiamo a posto tutto e poi l’amministrazione comunale lascia andare le cose. C’è di nuovo una situazione terribile». (17 novembre 2010)

«Il servizio che avete mandato in onda è mistificatorio: avete fatto vedere una mia garanzia circa la soluzione di un problema in dieci giorni e circa la soluzione di un altro problema in tre giorni. In dieci giorni, attraverso il nostro Dipartimento della Protezione civile, siamo intervenuti, abbiamo rimediato alla situazione ed evitato che i rifiuti producessero miasmi. E abbiamo risolto la situazione intorno al Vesuvio alla fine del nono giorno. Tre giorni fa avevo detto che i rifiuti dal centro di Napoli, dovuti all’inefficienza delle aziende delegate dal Comune, sarebbero stati rimossi, siamo intervenuti con l’esercito e sono stati rimossi, le nostre promesse sono state mantenute, e lei la deve smettere di interrompere quando una persona deve dare una spiegazione conseguente a un misfatto di informazione che è stato commesso». (23 novembre 201, telefonata a Ballarò)

«Se mi doveste fare una domanda e dirmi in quanti giorni Napoli potrà tornare al normale smaltimento dei rifiuti, io vi dico che in meno di due settimane si può fare». (26 novembre 2010)

«Ancora una volta ho potuto constatare sul piano internazionale come il problema di Napoli danneggi l’immagine e il buon nome di tutta l’Italia. Abbiamo, perciò, il dovere di affrontare e risolvere l’emergenza nel più breve tempo possibile e sono sicuro che le Regioni accoglieranno l’appello che ho rivolto loro prima di partire». (2 dicembre 2010)

«Ho il fondato timore che ci sia una manovra politica e che faccia comodo a qualcuno far credere che l’intervento del governo sui rifiuti a Napoli non sia stato risolutivo quando lo facemmo». (23 dicembre 2010)

«Sono convinto che si arriverà non solo a sgomberare Napoli e a ripulirla, ma anche a fare gli impianti. Scenderò in campo ancora io con un’attività personale per risolvere il problema in pochi mesi». (29 dicembre 2010)

«Ora che ci sono le elezioni i pubblici ministeri di Napoli hanno chiuso le discariche, io porterei i rifiuti da loro in Procura». (9 maggio 2011)

«Il comune non ha fatto niente di quello che doveva fare ovvero costruire due termovalorizzatori realizzare le discariche. Lasciateci vincere le elezioni e anche a Napoli tutto cambierà». (11 maggio 2011)

L’ultima è quella che mi ha fatto scompisciare!