Il grande movimento di soldi dietro i rifiuti #2

Pubblicato: 01/07/2011 in ambiente, napoli, politica

Posto un altro articolo sull’argomento monnezza, molto ben scritto ed esauriente, che fotografa la situazione dei rifiuti in campania.

Smaltire una tonnellata di rifiuti in una discarica nuova costa cento euro a tonnellata. Invece la Provincia di Napoli ne paga 171 usando impianti legati ai Cosentino o in odore di mafia. Così l’emergenza diventa un gigantesco business.

Follow the garbage: nessun concetto è più immediato per comprendere appieno la genesi dell’ultima crisi dei rifiuti a Napoli. Seguire il percorso dei sacchetti, proprio come Giovanni Falcone col suo “follow the money” invitava a fare con il denaro che avrebbe portato dritto al mafioso. Ecco, per capire perché Napoli sia ancora una volta travolta da un fiume di monnezza, cogliere fino in fondo il senso delle accuse di un presunto complotto lanciate dal sindaco ed ex pm Luigi De Magistris o le parole del governatore Stefano Caldoro, che invita a cercare in altri Palazzi le responsabilità della nuova emergenza ambientale, bisogna fare oggi lo stesso cammino che la spazzatura ha fatto da gennaio fino alle scorse elezioni comunali.

E scoprire, così, come siano andati in fumo quasi 20 milioni di euro in cinque mesi solo per spostare in avanti le lancette della più drammatica delle crisi degli ultimi anni in Campania. Un costoso gioco di prestigio, per nascondere problemi e colpe, distribuire incarichi e risorse pubbliche. Con la monnezza che viaggia indisturbata lungo le autostrade, finisce in discariche sospette e diventa oro per ditte con assetti societari dai contorni opachi.

Il “tic-tac” perentorio. A garantire gli spazi per i sacchetti napoletani avrebbe dovuto provvedere il presidente della Provincia, il deputato Luigi Cesaro, celebre più che per la sua azione politica per il soprannome di “Giggino ‘a Purpetta”, le sue gaffe e un passato di rapporti con la nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Era stata una scelta precisa di Berlusconi e Bertolaso, quella di “provincializzare” il ciclo dei rifiuti campani: un diktat, anzi tic-tac, per dirla alla Cesaro quando parla delle scelte imposte dal premier. Che, di fatto, decreta il definitivo ko in una situazione di per sé già incancrenita, generando un paradosso nel paradosso: nella terra dell’emergenza perenne, non è possibile smaltire ad Avellino o Benevento i sacchetti di Napoli, di gran lunga la provincia più popolosa della regione. Ma spargerli, a costi altissimi, sul territorio nazionale si può.

E’ in questo contesto che, tra uno scivolone lessicale e l’altro – passando da un Marchionne chiamato Melchiorre fino ai festeggiamenti “per i 150 anni dell’Unità della Repubblica” – Cesaro mette su la Sapna, la società che avrebbe dovuto riportare Napoli e provincia alla normalità ma che, fino a oggi, è riuscita a smaltire efficacemente solo risorse pubbliche: nel suo primo anno di attività ha divorato 115 milioni di euro, nonostante la gestione di buona parte degli impianti le sia stata attribuita solo a fine 2010. Una zavorra per le casse provinciali, che rischia di trascinare verso il dissesto finanziario l’Ente il cui bilancio, all’arrivo di Cesaro, aveva da poco ricevuto il massimo dei voti da Moody’s (rating Aa3, ndr). Il tutto, vidimato da un collegio sindacale composto da membri interni all’amministrazione provinciale: con il controllore e il controllato che, in pratica, vestono la stessa casacca. Un’anomalia tanto evidente da essere stata sottoposta al capo dello Stato: lo ha fatto un giovane consigliere provinciale di 28 anni, Livio Falcone, che si è rivolto direttamente al presidente Napolitano per avere giustizia.

Il 4 gennaio 2011 è, in qualche modo, un’altra data simbolo dell’unità d’Italia. E’ il giorno in cui Napoli prova a far suo il pragmatismo milanese. E’ il berlusconismo che si declina sul territorio, che cambia accento ma non sostanza: perché alla fine, poi, non se ne farà nulla. Quel giorno a Palazzo Chigi – alla presenza del sottosegretario Gianni Letta, del governatore campano Caldoro e dei cinque presidenti di provincia – viene siglato un accordo per superare l’ormai consueta crisi di Natale. Due paginette e due capitoli: “Accordi strutturali” e “Accordi funzionali”, c’è scritto. Il primo punto è chiaro: “Individuazione e realizzazione di una nuova discarica nella provincia di Napoli per almeno 1.000.000 di tonnellate e problemi connessi”. In calce a quel documento ci sono tutte le firme, nessuna esclusa.

Quel giorno, Cesaro fa suo lo slogan del Cavaliere: “Ci penso io!”. E lo fa a modo suo, aggirando l’ostacolo: nessuna nuova discarica verrà aperta da allora nel suo territorio di competenza, nessuna soluzione stabile e duratura. Fa di più: si libera presto anche delle responsabilità, affidate a fine marzo a un commissario straordinario. In compenso, quando gli spazi dove stipare i rifiuti stanno per finire, si preoccupa di stipulare contratti per spedirli fuori regione. A un prezzo quasi doppio di quanto non costasse allestire un buco attrezzato: 171 euro in media per ogni tonnellata trasportata lontano, a fronte dei 100 euro che servono per una nuova discarica tra preparazione, gestione, trasporto e bonifica finale. A organizzare il tutto è la Sapna: in cinque mesi, da Napoli partono oltre 100 mila tonnellate di rifiuti verso la Toscana, l’Emilia, la Puglia e la Sicilia, grazie a un accordo con quattro ditte che garantiscono la raccolta, il trasporto fuori regione e lo smaltimento in discarica.

In Emilia, 6 mila tonnellate finiscono nell’impianto di Imola della Akron del gruppo Hera, la multiservizi di Bologna che tra le sue controllate annovera anche la Hera Comm Mediterranea, società in cui confluiscono gli interessi della famiglia di Nicola Cosentino. Nel consiglio di amministrazione siede Giovanni Cosentino, fratello dell’ex sottosegretario per cui è stato chiesto l’arresto per presunti rapporti con la camorra. La Hera Comm Mediterranea era nata, nel 2007, per gestire la vendita di una quota parte dell’energia prodotta da una centrale a turbogas sorta a Sparanise, in provincia di Caserta, feudo dei Cosentino. La metà delle sue azioni appartiene a una misteriosa società, la Scr, i cui soci sono “schermati” da una fiduciaria. Di certo c’è che a rappresentarla sia Giovanni Cosentino, che la stessa società abbia acquistato e poi subito rivenduto i terreni dove sorge la centrale con un guadagno di 9 milioni e che la Hera Comm Mediterranea abbia sede in un capannone della società Aversana Petroli, la holding da 100 milioni di fatturato annuo della famiglia Cosentino. Un intreccio svelato nell’autunno del 2008 da “l’Espresso”, su cui da tempo si indaga.

Mistero sullo Stretto. La fetta più grossa dei rifiuti di Napoli, secondo i contratti stipulati, finisce in Sicilia: 66 mila tonnellate in tutto, più o meno divise a metà tra Trapani e Messina. Lo dicono documenti ufficiali che “l’Espresso” ha potuto consultare. Ma è giallo: “Non ci risulta che alla discarica di Mazzarrà Sant’Andrea siano presenti rifiuti provenienti da Napoli, ma avvieremo al più presto un’ispezione. Se dovessimo scoprire qualcosa, avvertiremo subito l’autorità giudiziaria”, ha dichiarato nei giorni scorsi Carmelo Torre, assessore all’Ambiente della Provincia di Messina. Uno sforzo inutile: in quell’invaso è certo che agli inizi di aprile fossero già finite almeno 25 mila tonnellate di immondizia napoletana. Lo confermano anche le dichiarazioni dell’amministratore delegato dello stesso impianto, Pino Innocenti, rilasciate al periodico locale “centonove”: “La discarica sta accogliendo solo 25 mila tonnellate di rifiuti accumulate nello Stir di Tufino, essiccate e senza alcun rischio”. In realtà, in quell’invaso è finita spazzatura proveniente dallo Stir di Giugliano. Un affare da svariati milioni di euro, un “ponte di rifiuti” tra Napoli e Messina su cui si addensano non poche ombre. A cominciare dalla ditta che, di fatto, ha provveduto al trasferimento di buona parte del carico: la Adiletta Logistica di Nocera Inferiore, società che nel 2009 era stata colpita da un’interdittiva antimafia atipica dopo aver a lungo lavorato per la struttura di Guido Bertolaso. Sulla discarica di Mazzarà a Sant’Andrea, inoltre, secondo il Procuratore della Repubblica di Messina, Guido Lo Forte, sono “emerse non dico delle infiltrazioni, ma addirittura una sorta di quasi gestione non ufficiale da parte dalla mafia Barcellonese”.

L’ex presidente della Tirreno Ambiente, società che amministra l’impianto, è tuttora sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Le sue dimissioni hanno permesso all’azienda di continuare a operare. Ma le dichiarazioni pronunciate da Lo Forte davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti pesano ancora oggi come un macigno. Sospetti che non frenano, tuttavia, il flusso di sacchetti tra la Campania e la Sicilia, già pronto per essere replicato: “I napoletani pagano cash e bene. Queste risorse sono un toccasana per tutti gli operatori del settore ridotti sul lastrico dagli enormi debiti degli Ato siciliani, a cui corrispondono eguali crediti di imprenditori. Sto trattando per sottoscrivere un accordo da 2 mila tonnellate al giorno”, ha dichiarato candidamente Vincenzo D’Angelo, l’imprenditore che guida il raggruppamento che si è aggiudicato la commessa e su cui pesa una condanna in primo grado a sette mesi per “aver gestito rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, in assenza di autorizzazioni”.

Ora, a Napoli tutti aspettano che il governo faccia ripartire per decreto i torpedoni della monnezza costretti ai box da una sentenza del Tar del Lazio. Il coro è unanime, da destra a sinistra, cittadini e addetti ai lavori, ambientalisti del fare e integralisti: riprendano i viaggi dei carichi di spazzatura, prima che dilaghi un’epidemia che ai più, comunque, appare poco probabile. Poco importa che in ballo ci sia l’ennesima emorragia di soldi pubblici.

Claudio Pappaianni

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