Noio volevam savuar

Pubblicato: 26/01/2011 in fun, napoletanità

Riporto un articolo apparso su repubblica qualche giorno fa riguardante alcuni modi di esprimersi usati dalle nostre parti. Alla fine la famosissima scena con Totò e Peppino da cui il titolo.

“Scendimi quel libro”, “bussa il campanello”, “una tazza di cioccolatta calda”, “mantieni le lenzuola!”, “in uno scatolo”, “pura ofanità”, “vieni, a mamma”. L’italiano secondo Napoli, i meridionalismi che si insinuano tra le frasi, subdoli servi del parlato quotidiano che stravolgono inesorabilmente regole e termini della lingua ufficiale del Paese. Storpiature che, alle pendici del Vesuvio, suonano talmente familiari da passare inosservate. Ma se a prestare ascolto è un orecchio raffinato, l’approccio partenopeo all’idioma nazionale smaschera leggerezze e imperdonabili sviste.

Come scovare i tanti scheletri nell’armadio linguistico dei napoletani? Risponde Cristina Vallini, docente di Linguistica all’università L’Orientale, pisana di nascita e, soprattutto, trapiantata in città da oltre quarant’anni. “In primis, evitiamo di bollare le imprecisioni come errori, troppo scolastico” sottolinea la Vallini, “è preferibile parlare di tipicità che caratterizzano il bagaglio di espressioni locali, spesso liquidate come italiane, persino tra le fasce sociali colte”. Dal dizionario arriva il cartellino rosso per parole abusate come “scatolo”, un unicum tutto partenopeo che semplicemente non esiste. La variante giusta è “scatola” e al maschile è previsto “scatolone”. Mai dire “zucchine”, “è un’invenzione. Ammessi esclusivamente “zucchino” e “zucchini”. Fuori dalla cucina, la formula “passi e pinoli” “è tanto diffusa quanto impropria. I “passi” lasciamoli al cammino, da sostituire con “uva passa” o “uvetta”.

Attenzione ai repentini cambi di genere, “l’asciugamano”, rigorosamente maschile, a Napoli diventa “le asciugamani”, forse sul peso del femminile “mani”. Addio al verbo “mantenere” alla partenopea, “qui è utilizzato come “sorreggere”, ma in italiano significa “sostentare” o “far fede ad una promessa”, mai “tenere”. Sbagliato adoperare “cacciare” per intendere “mettere fuori” “perché inesistente”. Oppure “stipare” per “mettere da parte”: in italiano è “ammassare”. “E “fidarsi” nel senso di “sentirsela” o “essere capace”: “Non mi fido di uscire” o “cosa si è fidato di fare”. Oltre i confini campani restano assurdità.

E ancora “bussare” che sta per “colpire con le nocche”, scelto dai napoletani al posto di “suonare” e reso addirittura transitivo: “Bussare il citofono”. La collezione di figuracce giunge impietosa proprio sui verbi intransitivi convertiti erroneamente in transitivi. “Lunga è la lista, da “scendere” e “salire”, con frasi del tipo “salimi quella coperta” (l’alternativa valida è “portami su”) a “telefonare”. Non si contano le sgrammaticature come “telefonalo” per dire “telefonagli”, motivate da un’interpretazione confusa del corretto “telefonami”, “mi” dativo scambiato per complemento oggetto e appioppato alle altre persone”. Tra le ragioni per arrossire in pubblico, “rimanere” al transitivo è quasi consuetudine: “Ti rimango le chiavi dal portiere”, ma è appropriato “lasciare”. E “regalare” in espressioni da bandire come “l’ho regalato” per rendere “gli ho dato una mancia”. Pericolose le “papere” da menù: “Spaghetti a vongole”, “succo a pera”, “cornetto a crema”. “Quella “a”  –  chiarisce la Vallini  –  in italiano sta per “a forma di” ma in città sono convinti che vada bene, è necessario usare “succo alla pera” o “spaghetti alle vongole”, da “à la”, un francesismo che a Napoli non ha trovato accoglienza”. Della Spagna, al contrario, custodiamo svariati prestiti. “”Chiama a papà” o “guarda a Francesca”, l’accusativo alla spagnola, ma da noi dovrebbe essere “chiama papà” e “guarda Francesca”.

E l’aggettivo “ofano”, “vivissimo, prerogativa dell’upper class napoletana: in italiano non è assolutamente contemplato”. Per le pronunzie c’è da arrossire. “Indoppo” per “intoppo”, ad esempio, deriva dal dialetto che sonorizza la dentale sorda “t” nella sonora “d”, in prossimità della sonora “n”. E l’inverso, colpevole il cosiddetto “ipercorrettismo”, sbagliare per eccesso di zelo: “Andare” muta in “antare” e “vendere” in “ventere”. Nell’incertezza, sopraggiunge la confusione. Perplessità psicologiche che condizionano la pronunzia di vocaboli stranieri, “spostamenti dell’accento, ritratto in “Díxan” e “Cávour” quando dovrebbe cadere sull’ultima sillaba, e posticipato in “yogúrt”. Ferrea volontà di inciampare nell’errore? “No, inclinazione a marcare le espressioni eccentriche”. Meridionalismi spiccati, il ricorso al “voi”, “il pronome di rispetto è il “lei”, punto!” e le costruzioni affettuose: “Non lo fare, a mamma”, sorta di vocativo misterioso, come se il nome della mamma si trasferisse al bambino… Ovviamente è scorretto, come “è venuta mamma”. In Toscana storcerebbero il naso perché si dice “è venuta la mamma”.

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