“Super santos, pali e capistazione” di Roberto Saviano

Pubblicato: 22/12/2010 in articoli, calcio

Pubblico un articolo del 2005 scritto per una rivista da un giovane e allora sconosciuto Roberto Saviano. In esso si fa riferimento ad un certo capostazione, pezzo grosso del calcio (ricordo che calciopoli è scoppiata nel 2006), che ha le mani in pasta un po’ ovunque, sia nella politica che nella malavita. A buon intenditor, poche parole.

È una regola eterna. Immutabile. Bisognerebbe rius­cire a trovare una for­mula matem­at­ica. Quan­tomeno una riduzione numer­ica, una frase arit­met­ica, un ten­ta­tivo di pro­porzione, un delirio log­a­r­it­mico. Si dovrebbe trovare una trac­cia for­male per poter com­pren­dere i mec­ca­n­ismi inelut­ta­bili e perenni che regolano le par­tite di cal­cio di strada. Il chi­at­tone in porta, quello smilzo e veloce avanti, il robusto in difesa e a cen­tro­campo, tutto il resto. Quello che non ha i piedi buoni ma sa lan­ciare, quello che sa cor­rere veloce ma ha fiato corto, quello robusto ma non abbas­tanza sta­bile. Insomma a cen­tro­campo va messo quello che sa fare tutto a metà. Ora però rispetto a qualche anno fa ci sono delle vari­anti. Quando ero ragazz­ino i portieri erano i peg­giori. E la porta era una punizione tra le più umilianti. Un posto lon­tano da cui vedere la par­tita, rice­vere dolorose pal­lonate in fac­cia che ti seg­na­vano di rosso il viso per set­ti­mane, un ruolo dove eri costretto a rac­cogliere la colpa del gol sub­ìto ed essere igno­rato dagli abbracci del gol real­iz­zato. Piut­tosto che un gio­ca­tore il portiere era un rac­cat­ta­palle mobile. Un ruolo terribile.

Spesso il posto del portiere era sop­por­tato a turno ma quando non si trovava nes­suno da umil­iare in porta, da poter sog­giog­are nelle retro­vie, quando insomma tutti i gio­ca­tori erano capaci di tener testa, allora si sceglieva di gio­care a “porta amer­i­cana”. Senza portiere. Due squadre si fron­teggia­vano cer­cando di seg­nare in un’unica porta con nes­suno a difend­erla: a turno, la squadra difende o attacca, alter­nan­dosi nei ruoli dopo ogni gol. Non mi è ben chiaro per­ché questa modal­ità sia stata definita all’americana. Una volta tor­nammo ubri­achi da una festa con le quat­tro portiere dell’auto spalan­cate, urlando “andi­amo all’americana”. Tutto quello che è strano e insen­sato o forse sem­plice­mente esager­ato, come gio­care senza portiere o rischiare un inci­dente mor­tale, viene definito “amer­i­cano”.
Oggi invece il portiere è real­mente riva­l­u­tato. I portieri ora hanno donne bel­lis­sime, vin­cono i pal­loni d’oro. Così molti ragazz­ini scel­gono di fare il portiere. I chi­at­toni della squadra non si sentono esil­iati nelle retro­vie, ma prescelti per difend­ere l’ultimo balu­ardo.
Nel cen­tro storico di Napoli tutti i ragazz­ini neri vanno in porta da quando il Milan ha acquis­tato un portiere nero brasil­iano. Un po’ come quei ragazzi che ven­gono dall’Argentina e godono di asso­luta fidu­cia nelle pro­prie capac­ità sportive di rif­lesso, gra­zie a Maradona. Dopo la crisi argentina del 2000 che ha prosci­u­gato i risparmi della pic­cola e media borgh­e­sia, sono sbar­cati a Napoli molti argen­tini i cui avi erano par­titi cento anni prima dal golfo. Ora i loro nipoti dopo aver implorato nelle ambas­ci­ate ital­iane il pas­s­aporto di ritorno che i loro avi avreb­bero strap­pato volen­tieri, sono tor­nati ad abitare nei quartieri da cui erano fug­giti gli emi­granti. Un per­corso inverso che mai avreb­bero immag­i­nato di dover fare. I pic­coli profughi dai cog­nomi ital­iani e nomi lati­noamer­i­cani sono tor­nati a gio­care nei vicoli dei loro trisavoli, a scal­ciare calci d’angolo sui piedi delle statue come i loro bis­nonni. Il solo fatto di provenire dalla terra di Maradona, il solo fatto di avere una cadenza sim­ile a quella del pibe de oro, basta per attribuire subito a questi ragazz­ini un carisma infinito e una bravura certa.
Il tocco, la conta che avviene tra i due capisquadra per scegliere i gio­ca­tori è un vero lab­o­ra­to­rio antropo­logico. I capisquadra sono i più bulli, non sem­pre i più bravi. Anzi quasi mai. Ma sono quelli che sanno fare scivolate vio­lente rov­inando cav­iglie, che danno tes­tate mirando al naso, che sputano con una mira da cecchino e bec­cano sem­pre la pupilla ben aperta. Sono quelli che sanno farla pagare a chi buca il pal­lone o lo fa finire dietro una can­cel­lata. Ma il tocco è deter­mi­nato dall’arbitrio delle dita lan­ci­ate davanti alle pance, e non c’è bravura, solo caso e for­tuna. Se però la squadra dell’attaccante di tal­ento inizia a com­porsi di broc­chi, il tocco diventa una con­danna per­ché se intorno si costru­is­cono le scelte peg­giori non si avrà alcuna sper­anza di vit­to­ria. Allora spesso accade che men­tre si com­pone la squadra, che può essere di tre, quat­tro, cinque o sei per­sone, il gio­ca­tore più forte si accorge chiara­mente che il tocco gli è andato storto e il caposquadra sta scegliendo gli scarti. Così non gli rimane che get­tarsi a terra e pian­gere. Senza ver­gogna alcuna, per­ché la ver­gogna di pian­gere nasce solo quando subisci uno schi­affo, ma pian­gere con­tro il des­tino del tocco è l’unico modo per tentare di rim­is­chiare le dita e ritentare da capo e non c’è ver­gogna a protestare con­tro il des­tino. Dopo il pianto, asso­ci­ato a uno sbat­tere di piedi e un insieme di bestem­mie, spesso non cam­bia nulla. Ma a volte può cap­itare che qual­cuno rimescoli tutto e tenti di rifare le squadre pur di far ces­sare il pianto.

Alla fine degli anni Ottanta il grup­petto più forte si trovava sicu­ra­mente a nord di Napoli: Dario, Anto­nio, Gio­vanni, Giuseppe. Non ave­vano più di 8 anni a testa quando scor­raz­za­vano per la piazza. Non face­vano sem­pre squadra, si mis­chi­a­vano, l’uno con­tro l’altro, a volte in cop­pia ma quando si met­te­vano nello stesso gruppo erano imbat­tibili. Anto­nio al cen­tro era capace di lan­ciare a Gio­vanni ovunque si trovasse. Inven­tava spazi impos­si­bili, e Gio­vanni si andava a pren­dere la palla ovunque sotto i motorini come a un mil­limetro dal palo. Giuseppe in porta faceva delle uscite pre­ci­sis­sime. Con il naso sulla palla saltava a scatto come una ranoc­chia e gli scatti avveni­vano sem­pre nel momento giusto. Si met­teva i guanti di lana, come un fre­gio di pro­fes­sion­al­ità. In estate usciva con le dita com­ple­ta­mente cotte e la pelle bol­lita. Dario si posizion­ava fuori l’aria di rig­ore e spar­ava delle bor­date che las­ci­a­vano l’orma del pal­lone sul muro. Una volta Anto­nio lan­ciò il pal­lone in avanti con un pal­lonetto, Gio­vanni si aggrappò alla spalla di una sig­nora per lan­cia­rsi in una mezza roves­ci­ata e ficcò il pal­lone pro­prio all’incrocio dei pali, nella porta dis­eg­nata sul muro con la ver­nice. La sig­nora cre­deva che la stessero scip­pando, lan­ciò un grido secco e iniziò a ten­ersi stretta la borsa, men­tre un’altra sig­nora l’aveva acci­uffato per i capelli ricci tiran­doglieli vio­len­te­mente. La squadra avver­saria chi­amò fallo. Gio­vanni si ribellò dicendo che si era appog­giato a una sig­nora, non a un gio­ca­tore, ma alla fine gli avver­sari ebbero ragione per­ché per strada tutti sono gio­ca­tori e ogni cosa fa parte del campo. Chi attra­versa il campo diviene, anche se solo per qualche sec­ondo, parte dell’azione di gioco. Le auto invece sono “fuori”, ma i motorini e le saraci­nesche pos­sono tenere ancora la palla in gioco.

Anto­nio era molto pre­ciso anche sulle punizioni. Un piede del­i­catis­simo. Dalla per­ife­ria nord pren­de­vano il bus per arrivare in piazza Plebisc­ito. Gio­ca­vano pro­prio sotto il Palazzo reale, sotto gli occhi delle statue dei sovrani di Napoli. Anto­nio pun­tava il pal­lone all’altezza di Gioacchino Murat poi pren­deva una rin­corsa di qualche metro e cal­ci­ava. (Il Super San­tos non poteva essere preso di col­lop­iede come il pal­lone di cuoio. Non si poteva dare nes­sun tipo di effetto al Super San­tos, ogni azzardo sul pal­lone sig­nifi­cava far­gli pren­dere il volo). La palla così cal­ci­ata da Anto­nio partiva con un per­corso secco, un colpo senza sba­va­ture. Pren­deva in pieno l’indice pun­tato verso terra di Carlo V che cas­cava come fosse stato attac­cato con la saliva. E i ragazz­ini lo rac­coglievano come un tro­feo di guerra. Anto­nio aveva rotto per cinque volte di seguito l’indice di Carlo V. La mat­tina poi gli amici lo anda­vano ad avver­tire: «Antò, hanno rimesso il dito al re!». Era divenuta una sfida tra Anto­nio e il restau­ra­tore della statua. Ogni volta che lo rimet­te­vano aspet­tava qualche set­ti­mana e poi andava con le sue punizioni a stac­care il dito regale. In tanti ci ten­ta­vano. Ma solo lui ci riusciva.

Quando Tonino Por­cello divenne capo­zona dell’area nord di Napoli, pas­sava spesso per la piazza dove gio­ca­vano i ragazzi. Era attento a ogni par­tita. Una volta prese una sedia e si sis­temò in un angolo della piazza per godersi lo sgam­bettare dei ragazz­ini. Per i ragazz­ini era come se l’autorità mas­sima fosse scesa allo sta­dio. Come se Hugo Sanchez, l’attaccante mes­si­cano che in quegli anni infuo­cava le curve di mezzo mondo, fosse stato lì a val­u­tarli per poterli pro­porre al Real Madrid. Tonino Por­cello decise che quella piazza sarebbe stata in mano loro. Loro avreb­bero sem­pre gio­cato lì e per farlo gli avrebbe dato set­ti­manal­mente dei soldi. Pun­tuale, pre­ciso e con qualche mon­eta in più e mai in meno. La mat­tina a scuola, e poi dalle quat­tro di pomerig­gio sino a mez­zan­otte a gio­care a pal­lone. Men­tre Tonino parlava a tutti i ragazz­ini della piazza, ognuno sper­ava di essere prescelto. E un giorno Por­cello tese l’indice, somigli­ava a quello di Carlo v: «Tu, tu, tu e pure tu».
Chi­amò: Dario, Anto­nio, Gio­vanni, Giuseppe. Solo loro. Gli altri a casa. Gli altri a gio­care nelle ore con­cesse, solo un po’, come diver­ti­mento momen­ta­neo. Loro invece avreb­bero potuto vivere gio­cando. In cam­bio, il lavoro che dove­vano svol­gere era sem­plice. Appena vede­vano un’auto della polizia o un’auto civetta che riconosce­vano o sospet­ta­vano, dove­vano gettare il pal­lone in fondo alla strada e urlare: «’o pal­lone, ’o pal­lone, ’o pal­lone». E così tutti gli avreb­bero fatto eco. «’O pal­lone» avreb­bero gridato i negozianti, «’o pal­lone» avrebbe gridato la sig­nora con la testa fuori dalla fines­tra, e persino il postino avrebbe urlato «’o pal­lone». Una richi­esta del pal­lone che diven­tava allarme. In pochi minuti i pusher avreb­bero las­ci­ato la strada, le bus­tine di coca sareb­bero pas­sate di mano in mano e messe al sicuro. Tutto in una man­ci­ata di sec­ondi. Più veloce di qual­si­asi altro mezzo di comu­ni­cazione. Il quar­tetto era diven­tato abilis­simo. In cam­bio di qualche lan­cio fuori campo e strillo, gli veniva garan­tita la pos­si­bil­ità di gio­care a pal­lone e nient’altro. Nes­suna con­segna, nes­suno di loro doveva fare il gar­zone, nes­suno di loro doveva vendere nulla. Nes­suno di loro doveva las­ciare la scuola. Por­cello vol­eva che con­tin­u­assero ad andarci sino al diploma, altri­menti gli assis­tenti sociali li avreb­bero tolti alle famiglie e quindi dal quartiere. Gio­care, gio­care, gio­care. Bat­tere, vin­cere, seg­nare. Non avere altro per la testa. Nulla più che le immag­ini della porta, del cen­tro­campo, dell’aria di rig­ore. Immag­ini così vive da trasfor­mare una piazza di spac­cio nel San Paolo, e una parete mar­cia d’umido in una porta rego­la­mentare. Cam­biò anche la qual­ità del pal­lone. Non più il volante e leg­gero Super San­tos. Tonino Por­cello gli garantì una for­ni­tura di Tango. Il Tango era il pal­lone più sim­ile a quello di cuoio. Stessi col­ori e super­fi­cie rugosa dei pal­loni cal­ciati in serie A. Il Super San­tos era ormai rel­e­gato ai tempi in cui ancora non erano stati ingag­giati dal Por­cello, quando la piazza non era la loro. Una volta accadde che andarono dal tabac­caio a chiedere l’ennesimo Tango gra­tu­ito e non gli fu dato: «Lo dovete pagare. E va bene una volta, va bene due volte. Ma qua bucate dieci pal­loni a set­ti­mana. O pagate o niente!».
Giuseppe impostò lo sguardo nel modo più cupo che poteva. Fece una fac­cia feroce. Ma il tabac­caio non si sentì minac­ciato. Bisog­nava andare diret­ta­mente da Tonino Por­cello. Andò da solo verso il palazzo dove aveva l’ufficio. Fuori dalla porta i due guardas­palle lo riconob­bero subito:
«E che ci fai Peppì?».
«Devo par­lare con Tonio urgen­te­mente».
Il tono per­en­to­rio fece con­sid­er­are uomo quello che era evi­den­te­mente un bam­bino. Fu las­ci­ato pas­sare. Dopo pochi minuti Por­cello scese tenendo la mano di Giuseppe. Entrò dal tabac­caio, chi­amò nel negozio gli altri ragazzi, fece abbas­sare la saraci­nesca e disse al negoziante: «E ora met­titi per terra».
«Come per terra?».
«Per terra, hai capito bene, a quat­tro zampe, muoviti ani­male!».
Il tabac­caio ubbidì ter­ror­iz­zato, si mise car­poni. Aveva così paura che le mani sudatis­sime si attac­carono a ven­tosa sulle pias­trelle.
«E ora fate fare il pal­lone al suo culo».
Giuseppe gli diede un cal­cio nel sedere con tutta la forza. Dario lo diede di piatto, Anto­nio fece di tutto per far finire la punta del suo piede dritta nel dere­tano, Gio­vanni prese la rin­corsa e lan­ciò un cal­cio che beccò persino lo scroto. Il tabac­caio si girò come uno scarafag­gio riv­oltato, con le mani sulle palle. Urlò di dolore las­ciando gon­fi­are la giugu­lare come una carota. Da allora ebbero sem­pre pal­loni in quan­tità. Senza dover pagare nulla. Par­tite, drib­bling, punizioni. Tutto quello che accade prima o dopo non conta. Non vale. Anzi non esiste. Gio­care è tutto. L’utopia di poter solo gio­care senza fare altro, senza neanche fer­marsi è il vero sogno del cal­cio. Un sogno che i tifosi sentono punito quando i novanta minuti ter­mi­nano, quando arriva il lunedì.
Anto­nio, Dario, Gio­vanni, Giuseppe non vede­vano tra­dito il loro sogno. Per strada il gioco perenne è immag­in­abile. Per­ché la palla è sem­pre al piede, per­ché puoi drib­blarti il bar­bi­ere, fare un cor­ner dalle strisce pedonali, fare un colpo di testa dal bal­cone. E i quat­tro vol­e­vano solo gio­care. Gio­care sem­pre. Gio­care per esaurire tutte le forze, ma anche tutti i pos­si­bili pen­sieri. Man­giare per ricari­carsi, dormire per trovare altre energie. E gio­care senza essere costretti a rel­e­gare il gioco al mar­gine, ad aspet­tarlo come ricom­pensa per la fat­ica, per il lavoro, per il dolore. Un anti­doto al dolore, alla fat­ica, al lavoro. Credere che potesse essere infinita questa risorsa non era impens­abile. E poi, anche se si fosse prima o poi inter­rotto questo eterno esilio nella terra dei baloc­chi, per­ché antic­i­pare il ter­rore, l’angoscia, la paura? Le orec­chie si sareb­bero allun­gate in forme asi­nine presto, e quando la trasfor­mazione in ciuchi sarebbe avvenuta niente avrebbe potuto fer­marla. Ma sin quando si poteva gio­care, per­ché fer­marsi? E poi chi ha detto che il sogno irre­al­iz­zato è meno degno del sogno real­iz­z­abile? Il Napoli aveva avuto solo sogni irre­al­iz­zati. Grandi gio­ca­tori come Rudi Krol, Omar Sivori, José Altafini, par­tite mer­av­igliose ma alla fine nes­sun risul­tato impor­tante. L’illusione può essere l’unica vera real­iz­zazione pos­si­bile. E quindi va bevuta tutta. Sino alla feccia.

Intanto Por­cello cresceva nel suo clan. Era rius­cito a trasfor­mare i luoghi del con­tra­b­bando in luoghi di stoccag­gio e ven­dita di cocaina, eroina e tutti i tipi di droghe leg­gere, pas­tic­che e acidi. Un mer­cato floridis­simo. Por­cello con il tempo ebbe incar­ichi eco­nomici diri­gen­ziali e non più esclu­si­va­mente orga­niz­za­tivi e mil­i­tari. Una volta rac­contò del capos­tazione. Diceva che era un suo amico. Era un fer­roviere, per­ciò lo chia­ma­vano il capos­tazione. Ora è uno dei mas­simi diri­genti sportivi, i procu­ra­tori gli sono vas­salli, gli arbi­tri gli devono car­riere e ville, non c’è gio­ca­tore straniero di tal­ento che lui non possa rag­giun­gere o tesser­are. In queste terre il capos­tazione è diven­tato potente, ha saputo stil­lare danaro e potere dalle imp­rese che più ren­de­vano: polit­ica e camorra. Ha mandato in can­crena gio­ca­tori, squadre, allena­tori, ha imboscato mil­iardi di lire bru­cian­doli per l’acquisto di cele­ber­rimi inca­paci; è rius­cito a far giun­gere anab­o­liz­zanti sconosciuti; ha saputo difend­ere suoi diri­genti accusati; ha saputo fare di suo figlio, il più tonto dei figli, un ricer­cato procu­ra­tore. Dal veleno dell’infezione ha rica­vato vita e salubrità per sé e per i suoi cli­enti. Il capos­tazione ado­rava tutti gli inter­me­di­ari, i medi­a­tori, li vedeva come sue brac­cia da usare senza dover sporcare le sue dita, can­dide e senza calli. E poi queste brac­cia aggiunte pote­vano essere tagli­ate in ogni momento. Tonino Por­cello era una delle miri­adi di brac­cia che il capos­tazione usava.
Tonino ges­tiva i soldi che il suo clan inves­tiva in gio­ca­tori e squadre, si sen­tiva prescelto dal capos­tazione igno­rando di far parte di uno stuolo inter­minabile di sen­sali: uno dei molti, uno degli ultimi. Aveva iniziato a far car­ri­era nel cal­cio accom­pa­g­nando il capos­tazione a conoscere il pres­i­dente dell’Avellino, il costrut­tore di Mer­cogliano Anto­nio Sibilia. Il pres­i­dente dell’Avellino lo incon­trarono in tri­bunale a un processo. Non era andato a tes­ti­mo­ni­are, né era impu­tato, ma si era recato da Raf­faele Cutolo, il capo della Nuova camorra orga­niz­zata, per donar­gli una medaglia. Una medaglia d’oro con ded­ica. Da un lato inciso il pro­filo del lupo irpino, dall’altro l’omaggio: «A Raf­faele Cutolo dall’Avellino cal­cio». Un gior­nal­ista sportivo denun­ciò la cosa. Luigi Necco, il gior­nal­ista che seguiva il Napoli. Rac­contò la cosa alla trasmis­sione Novan­tes­imo min­uto. Una trasmis­sione che inter­rompeva mat­ri­moni, oper­azioni chirur­giche, funer­ali, capace di far tacere qual­si­asi dis­corso al solo sibi­lare della sigla. E così il giorno dopo, con­travve­nendo all’assoluto ordine di Cutolo di non toc­care i gior­nal­isti, spararono nelle gambe di Necco. Lo punirono per­ché aveva sve­lato l’omaggio pri­vato, il vas­sal­lag­gio che doveva rimanere un gesto familiare.

Dario, Anto­nio, Giuseppe, Gio­vanni erano ormai i più forti cal­ci­a­tori di strada dell’area nord di Napoli. La squadra juniores del Napoli li prese. Gio­carono tre par­tite, mostrando a tutti cosa sig­nifi­cava avere tal­ento nel cal­cio. Maci­na­vano il campo. Li sta­vano per tesser­are quando Tonino Por­cello si pre­sentò al campo. Anto­nio lo vide da lon­tano, men­tre si stava tirando su i calzet­toni. E prima di finire di sro­to­larli aveva già capito tutto: la piazza era troppo scop­erta, gli altri ragazzi non rius­ci­vano a coprirla bene e addio tessera­mento. Tornarono così a gio­care per strada. Qualche mese più tardi, fecero una par­tita con i maranesi. I rivali di sem­pre. Si sta­vano scon­trando con falli pesanti, cross ner­vosi, spal­late da rugby. Dario aveva tra i piedi il pal­lone. Davanti due difen­sori e il portiere fuori dai pali. Gli venne in mente un’azione che aveva visto pochi giorni prima in Atalanta-Juventus. L’aveva in mente chiaris­sima. Aveva stam­pato in mente come aveva drib­blato la difesa Evair, un brasil­iano tozzo finito all’Atalanta quasi per caso, con una fac­cia da innocuo mas­cal­zone. Dario gli somigli­ava persino. Arrivò un’auto della polizia ma lui con­tinuò l’azione. Ne passò un’altra ma Dario con­tinuò i suoi toc­chi. Gli altri iniziarono a urlare «’o pal­lone ’o pal­lone», ci fu imme­di­ata­mente un’ansia gen­erale, i ragazz­ini iniziarono a scap­pare e urlare, men­tre Dario osti­nato con­tin­u­ava ancora la sua artis­tica azione ispi­rata a Evair. I poliziotti si insospet­tirono. I ragazzi furono tutti iden­ti­fi­cati. La Polizia arrestò diversi pusher, bloccò alcune donne che sta­vano nascon­dendo le buste di coca. Il fortino venne espug­nato.
Dario il giorno dopo fu por­tato nell’ufficio di Por­cello.
«Allora? Cosa hai com­bi­nato?».
Dario non aveva neanche il cor­ag­gio di muo­vere la lin­gua in bocca.
«Era troppo bella l’azione che stavo facendo».
«Ma che cazzo dici! Ma che sig­nifica troppo bella? Ma io ti pago, ma tu vera­mente vuoi fare il cal­ci­a­tore con i soldi miei? Tu dovevi lan­ciare il pal­lone, dare l’allarme, per­ché non l’hai fatto?».
«Era troppo bella l’azione, mi dispi­aceva inter­romperla…».
Por­cello gli mollò uno schi­affo di rovescio las­cian­dogli sulla guan­cia un graf­fio, la trac­cia del suo anello. Nes­suna bellezza poteva fer­mare l’economia del quartiere. Per i ragazzi essere pali sig­nifi­cava poter vivere gio­cando a pal­lone. Per il clan gio­care a pal­lone sig­nifi­cava poter vivere facendo i pali.

Ormai i ragazzi cresce­vano e non pote­vano più rice­vere pochi spic­ci­oli per stare in strada. Ora dove­vano scegliere il ruolo da rive­stire nell’organizzazione. Ognuno fu fatto entrare nel sis­tema da Tonino Por­cello. Quella ispi­rata da Evair fu l’ultima par­tita che fecero tra loro. Tutti e quattro.

Anni dopo arrivò una con­vo­cazione a Bres­cia, in un albergo. Ven­nero chia­mati tutti. Anto­nio aveva con­ser­vato un viso iden­tico. Giuseppe giunse con i guanti. Gio­vanni con­tin­u­ava a essere schelet­rico e nodoso. Sem­brava che non fosse pas­sato un solo giorno dalle par­tite per strada. Man­cava solo Dario. Ma ormai lui si era inim­i­cato il sis­tema. Dopo lo schi­affo ogni suo ruolo era stato can­cel­lato. Tutti e tre erano stati con­vo­cati dal Por­cello. Lo incon­trarono men­tre dava i doc­u­menti all’albergo. E solo in quel momento sep­pero che Por­cello non era un sopran­nome. Era il suo reale cog­nome. Sulla carta d’identità era scritto pre­cisa­mente Anto­nio Por­cello. Il capos­tazione gli aveva chiesto un favore. Un favore del­i­cato. Uno di quelli che devono essere asso­lu­ta­mente adem­piuti. Bisog­nava scortare un cuore. Un cuore di un ragazzo da dare a un uomo di un boss. Francesco Mollo, brac­cio destro di Gen­naro Veneruso, il boss di Volla, uno dei padrini più spi­etati del vesu­viano. Mollo atten­deva il cuore da tempo e temeva però che non l’avrebbero fatto mai arrivare.

La notizia del trapianto cir­colava ed erano in molti a non voler far con­tin­uare la vita di Mollo. Aveva bisogno di una sicurezza, vol­eva che il suo cuore fosse scor­tato. E allora si era riv­olto ai sec­ondiglianesi. Così Por­cello aveva con­vo­cato i suoi ragazzi. Il cuore da dare a Mollo era di un gio­ca­tore del Bres­cia. Vit­to­rio Mero. Un difen­sore cen­trale. Prima che un tir travolgesse la sua auto men­tre stava tor­nando a casa, erano solo i tifosi del Bres­cia a conoscerlo. Mero era un gio­ca­tore per­bene. Uno di quelli che lavo­rano senza falli, attenti su ogni palla. Uno di quelli di cui nes­suno si ricorda. Vit­to­rio stava ritor­nando a casa quando è morto. Era stato squal­i­fi­cato. Avrebbe dovuto gio­care Brescia-Parma, una semi­fi­nale di Coppa Italia. Bag­gio aveva avuto la notizia del suo inci­dente e l’aveva detto ai com­pagni di squadra. Nes­suno se la sentì di scen­dere in campo. Mero era uno di quelli di cui nes­suno si ricorda. Per­ché i difen­sori devono spac­care le ossa, farsi espellere, tran­ciare i piedi. Ci sono cal­ci­a­tori che sem­brano gio­care come se stessero alla catena di mon­tag­gio, lì in mezzo al campo a fare il loro dovere, avanti e indi­etro. Ter­ror­iz­zati dall’essere tagliati, cac­ciati, prestati in qualche serie minore a otto ore di treno da casa. I tele­cro­nisti diedero la notizia del decesso in diretta tv e la sua famiglia che atten­deva la par­tita, app­rese la morte di Vit­to­rio così.
La mat­tina dopo arrivò l’auto con il cuore. I tre entrarono armati nell’auto che gli aveva dato Tonino Por­cello. La squadra si ricom­pose. Men­tre cam­mi­na­vano Anto­nio inchiodò l’auto prima di imboc­care l’autostrada per Milano. Le ruote pos­te­ri­ori pat­ti­narono. Gio­vanni sbatté la testa con­tro il crus­cotto. Come per istinto Giuseppe car­icò il fucile, sicuro che ci fosse qualche prob­lema. «Cos’è stato?».
Anto­nio si fis­sava le cosce. Poi iniziò a par­lare: «Non mi pare giusta questa cosa?».
«Quale cosa?».
«Che il cuore di questo ragazzo debba essere dato a Francesco Mollo. Uno non vive fino a trent’anni per dare il cuore a uno come Mollo».
Gio­vanni era già in ansia e le rif­les­sioni di Anto­nio non lo rasser­e­na­vano. «Ma come ti viene adesso di farti questi prob­lemi. Ma pro­prio ora, cazzo, hai deciso di pen­sare al cuore di questo?».
«Ma questo è il cuore di un cal­ci­a­tore, uno come noi. Un cuore. Un cuore di uno che ha gio­cato a pal­lone. Sapete cosa sig­nifica? Non è giusto!».

Dif­fi­cile dis­cutere di gius­tizia quando hai una mitragli­etta Uzi a tra­collo e in macchina per­sone con due fucili a pompa carichi e pronti a sparare. Ma forse non ci sono momenti idonei per riflet­tere su certe cose. Anto­nio non ce la faceva a con­seg­nare il cuore di un gio­ca­tore a un camor­rista. Anche lui era un camor­rista, anche lui si era affil­iato. Ma era diverso. Lui l’aveva fatto per fare altro, per cam­pare come un cal­ci­a­tore, per vivere di gioco. E poi non avrebbe mai chiesto il cuore a nes­suno. Mollo era l’uomo di fidu­cia di un boss impli­cato in una sto­ria che i ragazzi non pote­vano sop­portare. Veneruso aveva dato l’ordine di punire un uomo del clan Orefice e aveva orga­niz­zato tutto affinché fosse real­iz­zato con la mas­sima vio­lenza. L’agguato doveva avvenire in una città del napo­le­tano dal nome ridi­colo, Pol­lena Troc­chia, che Totò usava come metafora per definire un paese sper­duto, una realtà micro­scop­ica per antono­ma­sia. Ma di ridi­colo e iron­ico questo paese ha soltanto la caco­fo­nia del nome. I killer non dove­vano colpire Raf­faele Ter­rac­ciano, ma un fratel­las­tro di suo padre. Dove­vano colpire lui. Ma ave­vano dinanzi Raf­faele, e così iniziarono a sparare su tutto quanto si muovesse o fosse immo­bile. Valentina, una bimba morì con un colpo alla testa. Aveva due anni, stava in brac­cio al padre quando arrivò la piog­gia di colpi. Il boss non si era preso neanche la respon­s­abil­ità dell’ordine che aveva dato e si era lavato dell’onta facendo fuori gli ese­cu­tori e addos­sando su di loro tutte le colpe.
«E a quella bam­bina non ci devo pen­sare? Neanche le palle di pren­dersi loro la respon­s­abil­ità hanno avuto!».
«No, non ci devi pen­sare, a te ha fatto qual­cosa? No! E allora?».
Era vero. Mollo non gli aveva fatto nulla. E questo bas­tava per ren­derlo degno di rispetto e in diritto di rice­vere il cuore di quel gio­vane cal­ci­a­tore. Risul­tava ridi­colo ragionare in astratto. Il prin­ci­pio di gius­tizia non può arti­co­larsi in maniera astratta. Altri­menti coin­volge tutti, colpevoli i min­istri, colpevoli i papi, colpevoli i santi e gli eretici, colpevoli i riv­o­luzionari e i reazionari. Colpevoli tutti di aver fal­lito, ucciso, sbagliato. Gius­tizia e ingius­tizia pote­vano avere definizione solo se con­sid­er­ate nel loro ruolo con­creto. Di vit­to­ria o scon­fitta, di atto fatto o subito. Se qual­cuno ti feriva, ti mal­trat­tava, stava com­met­tendo un’ingiustizia, se invece ti trat­tava nel migliore dei modi ti faceva gius­tizia. Bisog­nava fer­marsi a questi cal­ibri. A queste maglie di giudizio. Bas­ta­vano. Dove­vano bastare. Questa è l’unica reale forma di val­u­tazione della gius­tizia. Il resto è solo reli­gione e con­fes­sion­ale. E così anche Mollo mer­i­tava il suo cuore gio­vane, la pos­si­bil­ità di cam­pare ancora. L’auto con il cuore di ricam­bio per il camor­rista vesu­viano arrivò sana e salva a Milano. Por­cello li aspet­tava. Si fermò vicino ad Anto­nio: «Poi mi sono dimen­ti­cato di dirti che non era più il cuore del gio­ca­tore. Era messo troppo male, ma qua si ammaz­zano con­tin­u­a­mente sulle strade e un pri­mario amico del capos­tazione ne ha trovato subito un altro di cuore da dare a quel dis­grazi­ato di Mollo».
Il capos­tazione rius­civa persino a decidere non solo delle volontà e della vita degli altri. Ma persino degli organi, della morte, dei trapi­anti. Sem­brava davvero capace di met­tere le mani nelle vis­cere di chi­unque. Anto­nio fissò Gio­vanni e Giuseppe cer­cando di capire chi aveva rac­con­tato a Por­cello le sue per­p­lessità. Ma della delazione non se ne curò molto. È una neces­sità per chi fa certi lavori. Per Anto­nio fuori dal gioco tutto poteva accadere e tutto si aspet­tava. Nel gioco, nel gioco solo può esistere la realtà che lui vol­eva vivere. Era sul campo la vera vita, non altrove. Anto­nio non smise mai di gio­care a pal­lone. Divenne cen­tra­vanti del Real Casa­va­tore. Real! Con questo pre­fisso alti­so­nante non gius­ti­fi­cato da nes­suna monar­chia e nes­suna asso­luta nobiltà si appella­vano molte squadre dell’entroterra cam­pano: il Real Mar­cianise, Real Aversa, Real Marzano. Una volta il sin­daco di un paesino del caser­tano, orgoglioso per la pro­mozione della pro­pria squadra, aveva invi­tato la fotografa della «Gazzetta dello Sport». Men­tre stava per fare la foto, due del Real le si avvic­i­narono bloc­can­dola. Chia­marono due gia­r­dinieri che si spogliarono dinanzi a lei. Poi si rive­stirono con il com­pleto della squadra. L’attaccante e il libero del Real erano lati­tanti, non pote­vano apparire, gio­ca­vano sotto nome falso e nelle foto erano sem­pre sos­ti­tu­iti da facce occasionali.

Con il tempo, Anto­nio divenne un fedelis­simo del clan Di Lauro di Sec­ondigliano. Approf­ittava delle trasferte per incon­trare i ref­er­enti del clan, con cui si incon­trava prima di ogni par­tita fuori lo sta­dio. Rac­coglieva i soldi dei pusher, dei capoter­ri­to­rio che dove­vano dare alla diri­genza la loro quota men­sile. Con il tempo gli per­mis­ero persino di pro­porre idee di inves­ti­mento alla diri­genza del clan. I ref­er­enti del clan Di Lauro aspet­ta­vano che la squadra di Anto­nio andasse a gio­care nella loro zona per ver­sare le quote alla cassa del clan. Da un po’ di tempo però agli appun­ta­menti fuori lo sta­dio non si pre­sen­tava più nes­suno. Casa­va­tore, il paese di Anto­nio, era finito in mano ai ribelli e nes­suno vol­eva cor­rere il ris­chio di trattare con qual­cuno che proveniva dalla zona di chi si era riv­oltato al boss, almeno prima di capire chi sareb­bero stati i vinci­tori della guerra.
Gio­vanni e Giuseppe seguiv­ano sem­pre Anto­nio nei suoi incon­tri di lavoro. Loro ave­vano las­ci­ato perdere il cal­cio. Il sogno del gioco perenne l’avevano abban­do­nato pagan­dolo con l’affiliazione al clan e la cura della for­ni­tura di hashish ed eroina a diversi traf­fi­canti del cen­tro Italia. Ma nes­suno rimpiangeva nulla. Qui si è abit­uati a pagare per qual­si­asi cosa, ogni scelta la paghi. La scelta di restare, la scelta di emi­grare, lavo­rare in nero, arruo­larsi, tutto si paga senza pos­si­bil­ità di van­tag­gio. È la prima cosa che impari quando cresci da queste parti. Aver pagato per un sogno, il sogno di vivere gio­cando, in fondo non era peg­gio di pagare per qualche altro motivo. Se pro­prio si deve subire, meglio subire per un deside­rio che in parte si è assag­giato, piut­tosto che per qual­cosa che non si ass­apor­erà mai.
Anto­nio finì la par­tita e dopo la doc­cia uscì con Gio­vanni e Giuseppe. Men­tre sta­vano tor­nando, un’auto li fermò. Aveva una sirena sul tetto. Sce­sero due uomini con i tesserini della polizia. I ragazzi non ten­tarono di fug­gire né di fare resistenza. Sape­vano come dove­vano com­por­tarsi: l’avvocato lo avrebbe pagato il clan, avreb­bero con­tin­u­ato ad avere uno stipen­dio, e un inden­nizzo ver­sato alle famiglie. Li ammanet­tarono, li cari­carono in auto. L’auto poi d’improvviso si fermò e li fece scen­dere. I tre non capirono subito, ma quando videro le pis­tole tutto fu chiaro. Era un’imboscata. Non erano poliziotti ma gli spag­noli. Il gruppo ribelle. Gio­vanni iniziò a cor­rere e Anto­nio, come se lo stesse lan­ciando in attacco, urlava: «Vai Giovà, vai vai vai…».
Gio­vanni cor­reva sbi­lenco, per le mani legate dietro la schiena, e la testa come unico perno d’equilibrio. Cadde. Si rialzò. Ricadde. Si faceva forza con il collo. Corse ancora. Lo rag­giun­sero, gli pun­tarono un’automatica in bocca. Mi hanno detto che gli hanno trovato i denti rotti, aveva ten­tato di mordere la canna della pis­tola, come per spez­zarla, o forse l’istinto.

Dario seppe la notizia quasi subito. Lavo­rava come fio­raio a Roma. Era andato via da Napoli, via dal quartiere, via da tutto. Ma ancora, da lon­tano, si sen­tiva con i com­pagni di squadra. Lo sveg­liò la moglie e non ci fu neanche il bisogno di rac­con­tare i par­ti­co­lari. Era scop­pi­ata la guerra di camorra e sapeva che tra i sol­dati c’erano Anto­nio, Giuseppe e Gio­vanni. Dario prese il treno e tornò a Napoli. Arrivò di notte. Andò sul posto dell’agguato, vide per terra ancora i dis­egni con il gesso, il sangue sec­cato vicino ai bat­tis­copa dei mar­ci­apiedi, dove l’acqua delle sec­chi­ate l’aveva spinto. Chissà se in quell’istante sia venuto in mente a Dario la sagoma di Evair; chissà se si è ricordato che quell’azione, quella sgam­bet­tata gli ave­vano sal­vato la vita. Dario non ebbe dif­fi­coltà a rag­giun­gere la piazza dove gio­ca­vano, anche se ora è com­ple­ta­mente cam­bi­ata. Attra­ver­sata da muretti abu­sivi, for­tini abbat­tuti e ricostru­iti. La piazza era stata trasfor­mata in un ter­ri­to­rio blindato, un sito di stoccag­gio della cocaina che avrebbe inondato mezza Europa. Scav­alcò un muro, taglian­dosi il palmo con un coc­cio di bot­tiglia, ma non se ne accorse nem­meno, non c’era più dolore da sen­tire. Dallo zaino cac­ciò il Super San­tos. E iniziò la par­tita. Iniziò a sbat­tere il pal­lone sul muro dove era ancora trac­ciata la porta con la ver­nice. Punizioni, drib­bling, pal­leggi e poi bor­date con­tro il muro. Nes­suno in porta, nes­suno in difesa, nes­sun cen­tra­vanti. Da solo. All’americana.

E pensare che il capostazione viene ancora rimpianto da qualcuno… FECCIA!

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